VALORE DELLA PERSONA E TUTELA DELLA SALUTE

                                                                                             

Ivan Iurlo*

 

 

Sommario: 1.  Etica e Diritto. - 2. L’etica nel mondo della  medicina. - 3. Il diritto alla salute  e  l’etica  medica. - 4. L’art. 32 Cost. nei lavori della Costituente Italiana.  – 5. Le possibili  risposte agli interrogativi posti dalla bioetica.

 

 

1. Etica e Diritto.

 

Secondo la giurisprudenza della Corte Costituzionale, le norme e i giudizi di valore che s’intrecciano con il discorso etico sono spesso oggetto di un approccio estremamente problematico; si tratta, infatti, di «concetti che non tollerano determinazioni quantitative del genere di quello espresso dal termine ‘morale media’ di un popolo, ‘etica co­mune’ di un gruppo, ed altre analoghe.  La legge morale vive nella coscienza individuale, e, così intesa, non può formare oggetto di un comportamento legislativo. Quando la legge parla di morale, vuole riferirsi alla moralità pubblica, a regole, cioè, di convivenza e di comportamento che devono essere osservate da una società civile» ([1]).

            Il nostro Dettato, peraltro, contempla espressamente i «rapporti etico-so­ciali». Di conseguenza, l’esigenza etica si manifesta come una costante del nostro tempo, non solo nelle professioni, ma anche nelle varie attività economiche: l’etica dell’impresa e del profitto, dunque, sono oggetto di at­tenzione in tutti i contesti, perché indicano modelli nuovi di sviluppo conformi ai bisogni della società.

            L’ideologia relativistica ha, però, reso difficile un approccio oggettivo nei riguardi dell’argomento, dando così luogo ad una sorta di «politeismo etico» e alla legittimazione della legge del più forte (con conseguente ipertrofia morale del diritto). Il dibattito, pertanto, s’inserisce nel clima di mu­tamento culturale di stampo utilitaristico che caratterizza le società del nostro tempo, se­gnate da nuove conquiste tecnico-scientifiche e “rivitalizzate” dai nuovi indirizzi filosofici che, in nome della tutela della libertà individuale, finiscono per avallare le strategie dei poteri forti. Non a caso, quindi, si lamenta la mancanza di una tavola di valori comuni: se ognuno può fare quello che vuole, allora solo il più forte riuscirà a prevalere su tutti gli altri – anche se questo fenomeno viene abilmente dissimulato con l’argomento della mancanza di un’antropologia comu­ne  su cui si possa  esprimere un  consenso generale ([2]).

            Coloro che si oppongono a questo tipo di darwinismo tecnologico patrocinano una dottrina secondo cui l’etica deve cercare di divenire una scienza – e, quindi, in un certo senso, oggettiva ([3]). In tal senso, il problema dei rapporti fra etica e tecnologia postula l’esigenza di un’apertura alle nuove esperienze, in relazione a un rinnovato interesse per i diritti umani, sicché appare di fondamentale importanza la corrispondenza al tempo in cui l’homo technologicus vive (e, infatti, se così non fosse, non avrebbe senso un’etica costruita su una misura, che porterebbe ad ignorare le nuove esperienze, ossia a catalogarle secondo schemi largamente inadeguati).

            Nella prospettazione ideologica del dibattito, piuttosto ricorrente appare il (presunto) conflitto tra etica dei principi ed etica dei risultati – sempre di matrice genuinamente utilitaristica. In tale ottica, l’etica dei principi postulerebbe che ogni azione sia  giudicata in base al principio che l’ha ispirata, sì da fondare la distinzione tra un etica della «situazione» o della «re­sponsabilità», con due formule convertibili l’una nell’al­tra in un costante confronto ed adeguamento ([4]). Secondo la prospettiva utilitarista, infatti, non esiste una norma etica quale principio regolativo-oggettivo di giudi­zio, che non debba essere ragguagliato concretamente all’immediato, secondo il principio del hic et nunc. Di conseguenza, l’etica si ribellerebbe ad ogni codificazione, perché se il diritto procede per astratte generalizzazioni, la morale finisce per essere casuista.        

 

           

2. L’etica nel mondo della  medicina.

           

            Il rapporto fra etica e diritto in medi­cina è reso particolarmente dinamico dalle novità derivanti dal progresso scientifico degli ultimi decenni. Secondo la retorica più accreditata, il limite etico del personale sanitario consisterebbe nel non trattare l’uo­mo, in qualunque stato egli sia (anche solo embrionale del suo sviluppo o già terminale), come un mezzo, ma sempre come fine in sé, sulla base dell’assunto che il rapporto tra medico e paziente è un incontro tra due uomini liberi; a ciò si aggiunga l’argomento che vede il diritto alla tutela della salute, con una forte connotazione individualistica o, per contro, quello che enfatizza l’aspetto sociale o collettivo sì da ridurre o schiacciare il valore individuale che in esso si racchiude. La salute, dunque, si inserisce all’interno del delicato rapporto intercorrente tra diritto dell’individuo e interesse della collettività.

A seconda delle diverse varianti teoriche, il diritto alla salute è stato, così, variamente configurato alla stregua di un diritto naturale, di un diritto soggettivo della persona e della personalità, di un diritto sociale e di un diritto all’integrità fisica. In particolare, è stato osservato che il concetto di salute «è [quello] che comprende [...] anche il benessere psichico dell’individuo, e in genere tutto ciò che vale a definire la qualità stessa della vita, intesa come piena e integrale rea­lizzazione della persona umana nella totalità e globalità dei suoi va­lori» ([5]).

            Più in particolare, per quel che concerne le implicazioni in ordine ai punti di diritto, la tutela della salute è stata profi­lata come diritto primario e assoluto.

            L’infermo è soggetto di un rapporto terapeutico che non è strutturato sulla  rela­zione tra l’attività terapeutica ed  il suo corpo, bensì con la sua persona.

La concezione personalistica del­l’uomo postula la persona umana come  valore etico in sé, insuscetti­bile di ogni strumentalizzazione.

            Le nuove scoperta e le   tecnologie biomediche  pongono una serie di ­ problemi giuridici, morali, sociali, psicologici considerevoli, per i quali le risposte, sovente, mancano o sono tutt’altro che univoche.

            Fino a qualche  anni fa, la maggiore questione etica nella medicina coincideve nella leale osservanza  del giuramento ippocratico, primum non nocere: il medico in qualunque situazione non deve recare nocu­mento al malato. Tale era e resta la sostanza della deontologia che re­gola il comportamento professionale dei medici. Ed oggi il solido proncipio su indicato è  intatto nel suo valore, ma non  è più idoneo: occorre un’etica  che rispecchi le situazioni e le esi­genze dell’uomo che  ricerca   valori comuni nella esclusiva  difesa della vita umana.

            In ordine all’ammissibilità ed al ricorso ai consueti stru­menti di intervento sulla vita umana, offerti dal progresso della scienza e della tecnica, nel campo della medicina e delle genetica, so­no stati sollevati inquietanti interrogativi.

             La  medi­cina deve essere  «a misura di uomo», o all’insegna della pura tecnologia e dell’efficientismo organizzativo ?

            A ben vedere la mitizzazione della scienza sembra avere rafforzato l’anomalia del rapporto tra  medico e paziente, trasfe­rendo al primo   potere illimitato, sino a porre  l’altro  in passiva di­sponibilità ad ogni decisione sanitari.

            Non può disconoscersi, però, che meritano di essere incoraggiati i nuovi strumenti di intervento che si pongono a pre­sidio della vita umana, e, in particolare, sulle  frontiere «natura­li», tenendo presente che, anche come detta l’art. 12 dei Principi di etica medica europea approvati, il 6 gennaio 1987, dagli Ordini dei medici dei Paesi membri della Comunità,  la medicina comporta in ogni circostanza il rispetto costante della vita, dell’autonomia e della libera scelta del paziente.

            I limiti che il diritto pone alla medicina, sono gli stessi che la medicina pone a se stessa, nel continuo sforzo di preservare la propria identità. «L’appello al dirit­to in questo contesto va quindi inteso come coincidente con l’appello alla normatività interna alla medicina stessa». Ed ancora: «Quando il diritto chiama il medico davanti al pro­prio tribunale, lo fa per accusarlo di infedeltà non nei confronti del codice, ma nei confronti della medicina stessa» ([6]).

            Si tratta di riconoscere la normatività interna della medicina in­tesa come arte terapeutica che raccoglie  il contenuto fondamentale delle varie scienze che interessano il corpo umano, e che mantiene inalterata la sua specificità nell’ essere  attività profondamente relazionale, at­tinente alla struttura psico-somatica dell’uomo, e che comporta una propria normatività dipendente dalla struttura dell’ uomo e riflettente una dimensione insopprimibile dell’esistenza.

            Oltre ai Principi di etica medica europea, sopra indicati, sono da ricordare: il Codice internazionale di etica medica, adottato, nel 1949, dalle Nazioni Unite; codici deontologici del farmacologo e del medico; la Carta di Venezia del 1969, in materia di sperimentazione farmacologica; il nuovo codice deontologico del medico, approvato nel 1978, dalla Federazione nazionale degli Ordini dei medici; la Di­chiarazione, nel 1975, dell’Assemblea dell’O.N.U. su i limiti posti alla scienza ed alla tecnica nel rispetto dei diritti della persona.

            Il fatto che gli Organismi europei avvertano la necessità di vin­colare la scienza al rispetto di principi etici e sociali, evidenzia la considerazione riservata all’istanza etica.

            Molti sono gli interrogativi di rilevante spessore etico. Proble­mi pongono: la chirurgia dei trapianti (trapianti di cuore, di polmo­ne, di  fegato, di pancreas); le forme di trattamento in situazioni nuo­ve ad altissimo rischio; le tecniche biomediche di intervento nella fa­se iniziale della vita e nei processi stessi della procreazione; le malattie in fase terminale; l’uso preferenziale di risorse litititate; la riproduzione umana assistita; la sperimentazione clinica sul mala­to; la sperimentazione farmacologica; la sperimentazione chirurgica; gli interventi chimici e gli interventi chirurgici a rischio; la sperimen­tazione in oncologia; la sperimentazione terapeutica (curativa) e la sperimentazione non terapeutica (non volta, cioè, a portare beneficio al singolo individuo che è oggetto della sperimentazione, ma finaliz­zata al progresso della scienza). E’ stato osservato che nel primo caso (sperimentazione terapeutica) si riserva al medico (in conformità alla tradizione ippocratica) la tutela del migliore interesse del paziente e lo si autorizza ad agire, ritenendolo implicitamente autorizzato dal paziente, nel quadro di quella relazione fiduciaria che è stata chiama­ta «alleanza terapeutica», dalla quale deriva al medico la tacita de­lega ad intraprendere l’azione che egli ritenga possa risolversi nel be­ne del paziente.

            Gli esperimenti scientifici sul proprio corpo, a seconda della lo­ro specifica natura ed entità, possono o meno produrre una diminu­zione permanente dell’integrità fisica.

            Nella prima ipotesi, quali che possano essere le esigenze della scienza, il consenso alla sperimenta­zione incontra sempre il divieto dell’art. 5 c. c., ed è, quindi, in­valido; nella seconda ipotesi, il consenso è valido, salvi quei casi ecce­zionali in cui, per le speciali circostanze dell’esperimento, questo urti contro la comune morale ([7]).

            La tutela accordata dal codice civile ai beni della vita e dell’in­tegrità fisica forma oggetto anche della disciplina costituzionale, che riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come «sin­golo», sia nelle «formazioni sociali ove si svolge la sua personalità.

            Non è semplice prendere, talvolta, posizione su delicati proble­mi di etica professionale, né soluzioni astratte si adattano sempre perfettamente alle soluzioni concrete. Particolari quastioni  si pongono a garanzia  del pazientee terminale, con la doverosa  distinzione  tra l’impegno, che costituisce il dovere irrinunciabile del medico che cura, e l’«accani­mento terapeutico», consistente nel prolungare ad ogni costo la vita anche nei casi disperati.                  

            All’accanimento terapeutico si contrappone l’abbandono terapeutico (l’eutanasìa).   Tra accanimento terapeutico e abbandono terapeutico si deve trovare la strada di un giusto equilibrio, con una terapia proporzionata che sortisca apprezzabili risultati clini­ci che possano migliorare la qualità della vita.

            Il discorso sul «fin dove» sottintende il concetto del valore della  salute, che riconduce   alla vita umana, concepita come bene  da tutelare in sé e nelle sue frontiere naturali.

            Le varie pratiche biomediche e le nuove aperture offrono esempi emblematici e motivi di riflessioni per l’affermazione di valori comu­ni di difesa della vita umana su i quali si può basare un’etica biome­dica accettabile per tutti.

 

 

3. Il diritto alla salute  e l’ etica  medica.

 

Il dovere di salvaguardia dell’integrità psico-fisica del paziente impone al giurista di individuare il giusto equilibrio tra l’esigenza di non paralizzare l’iniziativa del personale sanitario (con il timore di punizioni, o sanzioni, in caso di esito infausto) e quella di non favorire un clima di generale irresponsabilità all’interno delle strutture ospedaliere. In tale ottica, dunque, il medico non è tenuto ad assicurare la guarigione al paziente; ma piuttosto deve apprestare i mezzi medico­-chirurgici più opportuni in vista del conseguimento del risultato migliore, con l’uso della propria perizia. Di conseguenza, il recupero della salute non è un elemento necessario dell’obbligazione (il medico non è responsabile se, senza sua colpa, nel trattamento tera­peutico, non si verifichi un significativo miglioramento): la guarigione entra in considerazione solo in funzione dell’o­rientamento finalistico dell’attività di cura oggetto della prestazione. Si rientra, perciò, nella paradigmatica distinzione fra obbligazione di risultato (il cui contenuto è rigidamente determinato, in funzione di un risultato preciso, della cui realizzazione l’obbligato risponde senz’altro, salvo il caso fortuito) ed obbligazione di mezzi (nella quale, esulando dal contenuto del rapporto il risultato, si promette una prestazione, come mezzo di raggiungimento di un determinato risultato, sì che questo ha rilevanza non come oggetto dell’obbligazione, ma co­me elemento di qualificazione finalistica, esigendo l’adozione dei mezzi più idonei per conseguirlo).

            In ordine a tale dicotomia, la Corte di Cassazione ha osservato che il cosiddetto «risultato che si vorrebbe espungere dal paradigma delineato dalle norme sulla prestazione d’opera intellettuale, ne costituisce pur sempre sostrato imprescindibile, quanto meno nel senso che l’attività (almeno preva­lentemente «intellettuale») da prestarsi con «diligenza» dal pro­fessionista deve obiettivamente essere tesa al suo conseguimento, e cioè a uno sperato esito utile per il cliente, sia o meno questo esito in definitiva raggiunto: donde la conseguenza che, nella misura com­portata e richiesta dalle caratteristiche peculiari del singolo rapporto, il risultato rientra anch’esso nell’orbita concettuale del dovere d’in­formazione, anche se non dedotto expressis  verbis nel contratto ([8]) .

            La S.C. propende a qualificare la prestazione del medico quale obbligazione in cui è sempre rilevante il risultato, nel senso di un’attività finalizzata a consentite «uno sperato esito utile per il cliente», anche se in pratica non raggiunto, e ritiene di collocare ta­le risultato in connessione con il dovere di informazione. In ordine a questo dovere è diverso il rapporto che intercorre fra cliente e terapeuta in generale e chirurgo praticante la chirurgia estetica, perseguendosi, nel primo  caso, la guarigione da una infermità o, quanto meno, l’attenuazione delle manifestazioni relati­ve; nell’altro, un miglioramento dell’aspetto fisico, in vista di un mi­gliore presentarsi nella vita di relazione e nella vera e propria attività professionale, quest’ultima caratterizzata dal tipo dell’attività svolta; donde il corrispondente diversificarsi del dovere di informazione, limitato in genere per il terapeuta ai possibili rischi ed effetti delle terapie suggerite o degli interventi chirurgici proposti (in quanto ta­li, appunto, «da porre in serio pericolo la vita o l’incolumità fisica del paziente») e gravante invece sul chirurgo estetico in ordine alla conseguibilità di un miglioramento effettivo dell’aspetto fisico, che si ripercuota favorevolmente sulla vita professionale e sulla vita di re­lazione».

            A conferma di tali conclusioni,è stata  richiamata «la linea argomentativa tradizionale della giurisprudenza, secondo la quale, includendo la prestazione professionale del chirurgo in un’at­tività preliminare di diagnosi e di prognosi, «al fine di stabilire l’opportunità o meno dell’intervento», il dovere di informazione, di­retto ad ottenere un consapevole consenso del cliente, interviene do­po che «con l’esplicazione di tale attività, è già iniziata l’esecuzione del contratto d’opera professionale e quindi, ha natura contrattuale, così come contrattuale è la responsabilità derivante dal suo mancato assolvimento» ([9]).

            L’attività  del medico, di fronte ad un caso concre­to patologico, si scinde in due fasi: l’una preliminare, diagnostica, basata sul rilevamento dei dati sintomatologici; l’altra, conseguente, terapeutica o di intervento chirurgico, determinata dalla prima.

            In entrambe le fasi, il medico deve indirizzare e svolgere la sua attività applicando le regole che, per il comune consenso delle auto­rità scientifiche e per consolidata sperimentazione, si possono consi­derare acquisite alla scienza ed alla pratica, sì da costituire il necessa­rio corredo, culturale e sperimentale, del professionista che si dedichi ad un particolare settore della medicina, ed il limite oltre il quale non può spingersi la sua scelta.

            Conferisce natura peculiare all’attività del medico l’incidenza della stessa su gli interessi, di particolare rilevanza, che attengono al­l’incolumità dell’uomo, alla sua salute, in definitiva all’integrità fisi­ca e psichica della sua essenza vitale.

            Nei rapporti fra medico e malato trovano applicazione i princi­pi generali sulla responsabilità ex contractu, tenendosi naturalmente conto delle peculiarità della prestazione del medico e della possibile rilevanza del comportamento del paziente.

            Il contratto di cura, come il lavoro autonomo degli altri profes­sionisti intellettuali, è una species  del contratto d’opera, al quale sono applicabili le norme dettate dal codice civile per il lavoro autonomo: la diligenza deve valutarsi con riguardo alla natura dell’attività eser­citata; se la prestazione implica la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà, il prestatore d’opera non risponde dei danni, se non in caso di dolo o di colpa grave.

            Di fronte ad un caso concreto che sia comune ed ordinario, cioè che sia tipico, perché conosciuto dalla scienza e nell’esperimentazione medica, con la conseguente esistenza di regole precise ed indiscusse, è stata ravvisata la responsabilità ordinaria del me­dico, anche per colpa lieve, ove  le regole da applicare non siano osservate per inadeguatezza della preparazione professionale, comune e media (imperizia), o per omissione della diligenza media (negligenza).

            Il medico risponde, invece, per colpa grave quando il caso con­creto sia straordinario ed eccezionale, sì da essere non adeguatamente studiato nella scienza medica e sperimentato nella pratica (se non ad­dirittura ignoto), ovvero quando nella scienza medica siano proposti e dibattuti diversi sistemi diagnostici, terapeutici e di tecnica chirur­gica, tra i quali il medico operi la sua scelta ([10]).

 

 

4. L’art. 32 Cost. nei lavori della Costituente Italiana.

           

            Sotto il profilo storico, è noto che l’organizzazione statale si è costituita anche per presiedere al controllo della salute pubblica, attraverso il perseguimento di due essenziali obiettivi: assicurare un ambiente igienicamente tutelato per i cittadini e predisporre le opportune cautele per reagire alle epidemie ed alle malattie infettive (in tal senso, si pensi alle grandi opere pubbli­che dell’antica Roma, le cloache e le terme). Uno dei primi esempi di tale strategia si può rinvenire nel Codice sanitario napoleonico del 1806, con cui vengono unitariamente regolati i fondamenti dell’assistenza pubblica, le misure di profilassi, le strutture centrali e periferiche di un’incipiente amministrazione sanitaria.

            Insieme alla crescita delle strutture statali, va tenuto in debito conto il ruolo assunto dal pro­gresso della scienza in  ambito medico (si pensi, per esempio, alle grandi scoperte sul piano diagnostico-terapeutico, allo sviluppo della farmacopea) ([11]).

            Nel nostro Paese il quadro  che si of­fre, all’indomani del secondo conflitto, ai costituenti è ancora, nelle sue linee principali, quello descritto dalla legge 22 dicembre 1888, n. 5843: il T.U. delle leggi sani­tarie approvato con regio decreto 27 luglio 1934, n. 1265 non aveva infatti innovato l’impianto che lo Stato liberale aveva impresso alla Sanità pubblica. Prevaleva in esso un connotato nor­mativo cogente ed imperativo seconod cui  lo scopo della salus publica rispondeva all’esercizio di un po­tere. Quest’ultimo era volto ad assicurare la forma di convivenza propria di quel modello basato su una po­polazione “sana e numerosa”, con esclusione di un obbligo dello Stato, di qualsivoglia momento partecipa­tivo del singolo (al quale pur sempre spettava vegliare sulla propria salute) e di una conseguente lettura in ter­mini di garanzia.

             Nell’aprile del  1947, l’Assemblea Cstituente affrontò l’analisi dell’art. 26 (successivamente rubricato come   art. 32) secodo una palese  rivoluzione copernicana di ciò che serebbe divenuto  il rapporto Stato-salute, polarizzando la domanda di servizi,  ed il  riconoscimento di tutela che rappresenta­vano all’epoca il punto di arrivo del tedioso  travaglio dello Stato sociale, “catalizzato” dalle vicende belliche e dalla presa di coscienza della Resistenza.

            Si doleva il costituente, con apprensione, dell’in­sufficiente spazio lasciato al dibattito su questo tema ed osservava: «l’art. 26 della Costituzione non ha suscitato nell’assemblea lo stesso interesse che hanno suscitato gli altri articoli forse perché alla povera salute è capitato di trovarsi tra la famiglia e la scuola, tra la dissolubilità e l’indissolubilità del matrimonio da una parte, e la scuola parificata e la scuola statale dall’altra» ([12]).

            In realtà la scelta di fondo era già stata compiuta: con l’art. 2 della Costituzione la centralità attribuita alla persona umana rivelava il passaggio da uno Stato dell’avere, fondato sulla libertà della proprietà e reso forte da una società dei sani, ad uno Stato dell’essere, modellato sul pluralismo, ispirato al valore primario della dignità.

            Tra le due norme si stabilisce dunque un legame che sarà all’origine della loro forza espansiva nell’ordinamento, nell’interpretazione giurisprudenziale, nella consapevolezza stessa di appartenenza alla collettività: da un lato il riconoscimento dei diritti inviolabili, come prospettiva che non è di enfatica enunciazione, ma che si esprime, al contrario, in una garanzia di tutela in senso dinamico: nello svolgimento, cioè della personalità. D’altra parte la solenne qualificazione del diritto alla salute come “fondamentale” tra i diritti inviolabili, nonché la sottolineatura specifica circa i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

            Nell’art. 2 si rinviene già integro quello che poi viene reso ulteriormente esplicito nel successivo art. 32. La garanzia della salute trova la propria origine nella norma fondante che salvaguarda la dignità umana, quale sintesi di situazioni e modo di essere ideale del cittadino della Repubblica.

            Ne deriva  la molteplicità dei livelli di tutela della salute una volta  configurata come un obbligo dello Stato. Nel precetto costituzionale sono distinguibili, infatti,  al primo comma dell’art. 32,   tre distinti riconoscimenti: un diritto del singolo, una situazione giuridica collettiva, una garanzia di cure per gli indigenti.

            A ciò  non può omettersi di aggiungere un aspetto di notevole rilevanza, riconducbile alla circostanza  secondo cui la prima delle tre formulazioni attiene  ad un diritto inviolabile connesso  alla scelta primaria di libertà e di democrazia, qualificata sul piano della forza vincolante, dalla sua intangibilità anche da parte del legislatore costituzionale. Diritto ulteriormente connotato come fondamentale, dove, in tale aggettivazione, deve farsi prevalere il concetto teleologico della predisposizione di condizioni essenziali, fisiche e tangibili per lo sviluppo della persona.

            Attiene alla sfera del sociale la descrizione in termini di interesse collettivo, da cui emerge il rapporto tra aspettativa-domanda dei cittadini e prestazioni dello Stato. Immediatamente connesso, anzi contestuale al precedente è l’aspetto interrelazionale tra tutela della salute  ed una serie di altre situazioni e diritti, di non diretta rilevanza costituzionale. In tale accezione la garanzia sancita dall’art. 32 finisce per dilatarsi fino a comprendere l’ampio fascio di pretese relative alla protezione della salubrità dell’ambiente, da quello - specifico - di lavoro, a quello più generale di insieme di luoghi in cui si svolge la vita di relazione, fino al concetto di risorse non rinnovabili, insieme di elementi che costituiscono le condizioni della vita e della sua qualità.

            Ma se il diritto ad un ambiente sano, per le sue implicazioni e la sua estensione non attiene direttamente al tema qui trattato, non così può dirsi della terza proposizione contenuta nell’art. 32: la garanzia di cure agli indigenti.

            Come fu rilevato nel corso dei lavori preparatori ([13]), tale enunciato suonava già all’epoca come un relitto degli atteggiamenti filantropici e pietistici dello Stato liberale, simile in ciò ad una «congregazione di carità». Tuttavia l’aver inserito siffatto impegno dopo aver descritto il diritto alla salute nei termini già visti, chiarisce come neppure ai Costituenti fosse ancora possibile percepire la straordinaria novità e le potenzialità insite nel duplice riconoscimento del diritto fondamentale e dell’interesse della collettività. Tanto da dover accanto ad esso porre una garanzia già anacronistica e di ben più modeste proporzioni, destinata ad essere riassorbita, com’è avvenuto, nel sistema che oggi assicura cure per tutti, creato in virtù dell’inevitabile processo espansivo che ha caratterizzato la concretizzazione istituzionale del diritto alla salute.

            Le radicali scelte della nostra Carta costituzionale, la lettura dei suoi enunciati ed uno sguardo d’insieme alla legislazione ed alla interpretazione giurisprudenziale degli anni che seguirono, pongono in luce un punto essenziale: il divario tra la normazione e l’effettività della tutela. Mentre l’elaborazione giuridico-legislativa tipica dello Stato liberale ha fornito ai tradizionali diritti patrimoniali una serie di meccanismi di giustiziabilità i quali hanno finito per essere tutt’uno con il riconoscimento stesso dei diritti medesimi (che vengono, per così dire posti, indissolubilmente alle azioni che ne assistono la realizzazione ed al connotato d’illecito che ne accompagna la violazione), viceversa i diritti sociali richiedono comportamenti positivi, la loro consacrazione resta mero enunciato programmatico fin tanto che non vengono proiettati nel sistema.

            Per la salute ciò si è tradotto in un lungo scarto temporale tra il disegno costituzionale ed il suo essere modulo precettivo.

            La misura di questo divario è fornita dalla ricognizione del succedersi degli interventi legislativi e dei momenti salienti della giurisprudenza;  in essa si compendia il divenire moderno e sociale dello Stato.

            Quella che è stata definita la “rivitalizzazione del nucleo precettivo dell’art. 32” ([14]) è avviata, intorno alla fine degli anni sessanta, dalla grande presa di coscienza del movimento operaio italiano e dalla parallela rivoluzione culturale del mondo universitario e studentesco.   Proprio nella rivendicazione di condizioni di lavoro sicure si sostanzia il primo  importante riconoscimento del diritto dei lavoratori come comunità aziendale, di controllare l’adempimento degli obblighi di prevenzione da parte del datore di lavoro.

            La portata dell’innovazione introdotta dall’istituzione del S.S.N. non può essere intesa se non si tiene presente l’immediato antecedente della legge 13 maggio 1978, n. 180, meglio nota come legge Basaglia, la quale segna  il momento in cui la personalità umana è  rapportata ad un’area di “offerta” di pubblici servizi ideata sulla vita del singolo e sullla collettività nel suo insieme.

            Le scuole di psichiatria liberatoria conducono, invero, ad una deistituzionalizzazione manicomiale che scarica, in gran parte, sulla società i rischi della malattia mentale, coinvolgendo le famiglie e gli interessati stessi nelle necessità terapeutiche, ma la limitazione dell’attività statuale alle ipotesi di trattamento sanitario obbligatorio presenta, altresì, uno straordinario significato.

            La segregazione del malato di mente non è più l’ineluttabile conseguenza dell’opera socialmente necessitata dello Stato autoritario che si propone di evitare il pubblico scandalo e tutelare la pace sociale.

            L’intervento sul malato di mente si attesta a quel livello minimo, quasi di supporto al privato, rappresentato dal trattamento sanitario obbligatorio, circoscritto nei termini di un problema curativo del singolo malato, il quale è per il resto - ed è qui il senso di profonda democrazia che pervade la legge - parte della collettività, dalla quale deve ricevere la risposta al suo dramma e che, in concreto, sopporta anche i costi del suo disadattamento e della sua pericolosità.

            Reciso un filo plurisecolare che legava la follia alla devianza sociale facendone entrambe manifestazioni da espungere ed allontanare, il legislatore compie un passo importante che, su altro versante troverà tre anni dopo nella legge sulla depenalizzazione un suo preciso e logico riscontro.

            Secondo l’art. 1, terzo comma, della legge 23 dicembre 1978, n. 833 costituiscono il servizio sanitario nazionale tutte le funzioni, strutture, servizi ed attività destinati alla promozione, al mantenimento, al recupero della salute fisica o psichica della popolazione, senza distinzione di condizioni individuali e sociali e secondo modalità che assicurino l’eguaglianza dei cittadini nei confronti del servizio.

            L’elemento finalistico che prevale nella connotazione del S.S.N. si coglie dunque non  in relazione al primo comma dello stesso art. 1 che ne collega l’istituzione al fondamentale compito attuativo dell’art. 32, ma anche e soprattutto nel fissare un rapporto di necessaria strumentalità tra il perseguimento dell’interesse pubblico-salute e la gestione del servizio stesso.

            Nel complesso apparato organizzativo, prevale la preordinazione a rispondere ad un bisogno collettivo,  predominante  nell’insieme delle funzioni, e rispondente all’erogazione delle prestazioni.

            Nel quadro disegnato dalla legge è possibile isolare una nozione di servizio pubblico avente ad oggetto un’attività certamente necessaria della amministrazione,  in cui essa si colloca in una posizione non sovraordinata, e che  modifica  i termini della tradizionale definizione amministrativistica.

            Una serie di elementi concorrono a descrivere queste articolate realtà, rappresentanti il  punto di arrivo del «processo di espansione dei ristretti campi mutualistici all’area solidaristica globale» ([15]).

            Sono modeste  citazioni quelle che consentono di chiudere l’altro estremo di arco temporale, oltre un ventennio, qui considerato, denso di sempre più penetranti interventi legislativi (onde l’attuazione degli indicati precetti costituzionali non è più un problema normativo-definitorio ma, se mai, una verifica di effettività e funzionalità).

            Vale quindi la pena di ricordare:

            1) la legge 4 maggio 1990, n. 107 (Disciplina per le attività trasfusionali relative al sangue umano ed ai suoi componenti e per la produzione dei plasmaderivati), scrutinata in positivo dalla Corte Costituzionale ([16]);

            2) la legge 3 giugno 1990, n. 135 (Programma di interventi urgenti per la prevenzione e la lotta contro l’A.I.D.S.); anche in questo caso, investita, nella medesima prospettiva, del giudizio di legittimità costituzionale promosso in via principale dalle Regioni, la Corte costituzionale ha legittimato l’attività del legislatore, qualificata come una risposta non frammentaria all’eccezionale situazione di emergenza sociale determinata dalla diffusione dell’infezione da HIV, patologia in espansione a livello non solo nazionale, ma mondiale, e ciò tenendo conto anche delle numerose iniziative esistenti in campo internazionale ([17]).

            3) infine la legge 5 febbraio 1992, n. 104 (Legge-quadre per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate), la quale si caratterizza per la sua ampiezza e per l’esplicita consacrazione nel testo legislative di quanto acquisito circa i diritti del malato e le connesse prestazioni dallo Stato sociale dovute. La legge non si limita alla enunciazione di una serie di principi generali (quali la garanzia della dignità ed autonomia, il recupero funzionale, il superamento degli stati di emarginazione ed esclusione dell’handicappato) ma detta definite coordinate per la legislazione di dettaglio che vanno dallo sviluppo della ricerca, all’assistenza ed all’informazione della famiglia, dall’eliminazione delle barriere architettoniche e degli ostacoli per l’esercizio di attività sportive e turistiche alla prevenzione, diagnosi e terapia prenatale, giungendo ad assicurare specifiche modalità d’integrazione scolastica e lavorativa.

            Che la salute dovesse considerarsi, quanto alla sua valenza di fondamentale diritto dell’individuo, non già materia da disciplinarsi iure condendo, bensì situazione integrante una fattispecie di diritto soggettivo perfetto, è affermazione di estremo rilievo, per la prima volta enunciata, nella giurisprudenza della Cassazione, dalle note sentenze delle sezioni unite n. 1463 del 9 marzo 1979 e n. 5172 del 6 ottobre 1979.

            Le decisioni assunte evidenziano come la protezione del bene salute sia garantita al singolo nella sua vita associata, con riguardo ai luoghi ed alle formazioni in cui essa si articola, intesa come una libera fruizione di utilità e di libero svolgimento di attività.

            Attraverso gli anni la più feconda elaborazione della giurisprudenza di legittimità viene sviluppandosi sul tema salute-ambiente, risolvendo i due contenuti di distinti diritti, in un’unica situazione, non affievolibile e tutelabile erga omnes che è il diritto all’ambiente salubre, configurazione amplissima della garanzia descritta dall’art. 32, comprensiva della pretesa alla rimozione di ogni ostacolo che impedisca la realizzazione del valore protetto, estesa alla qualità della vita ed all’ambiente di lavoro, prevalente nel conflitto con interessi economici ed industriali ([18]).           

 

 

 

5. Le possobili risposte  agli interrogativi posti dalla bioetica.

           

            Ai fini della nostra indagine, il secondo comma dell’art. 32 Cost. si rivela di fondamentale importanza: esso, infatti, prescrive che nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario, se non per legge, e che in nessun caso l’intervento normativo dello Stato può violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana. Viene così posta una riserva assoluta di legge indirizzata alla PA (precludendole ogni intervento che non sia previamente disciplinato dalla legge) e al legislatore ordinario (in vista della salvaguardia del fondamentale valore della dignità) ([19]). La disposizione costituzionale va letta in combinato disposto con le ulteriori riserve poste dall’art. 16, primo comma, Cost. (limitazioni alla libertà di circolazione per motivi di sanità) e dall’art. 13, secondo comma, Cost. in materia di libertà personale. Quest’ultima, in particolare, inscrive i tradizionali diritti dell’habeas corpus nell’ambito del principio di legalità, sicché la libertà personale assurge al rango di diritto soggettivo perfetto (essendo inibito alle autorità pubbliche l’esercizio della coercizione personale, la quale non può essere legittimamente usata ove la privazione o restrizione della libertà non risulti astrattamente prevista dalla legge, non sia a tal fine instaurato un regolare giudizio e non vi sia un motivato provvedimento dell’autorità giudiziaria).

            La ratio storica della formulazione della norma si deve rinvenire nel comprensibile orrore con il quale i Costituenti guardavano alle recenti vicende di sperimentazioni su cavie umane e di sterilizzazioni perpetrate dai c.d. medici nazisti ([20]). Di conseguenza, sin dalle origini sia il trattamento sanitario obbligatorio (T.S.O.) sia il consenso informato rappresentano gli istituti fondamentali per garantire il rispetto della persona anche in ambito medico-sanitario.

            Tale indicazione è poi ribadita dalla legge istitutiva del S.S.N. sia agli artt. 1, secondo comma, e 33, secondo comma, che impongono il rispetto della libertà e della dignità della persona umana da un lato e dei diritti civili e politici dall’altro (rispettivamente nel garantire la tutela della salute e nell’assicurare i trattamenti sanitari obbligatori) sia, soprattutto, agli artt. 33, primo comma, 19, secondo comma, 34, secondo e quarto comma, e 38. Queste norme sanciscono l’esigenza di un consenso cosciente e consapevole agli accertamenti e trattamenti sanitari, il diritto alla libera scelta del medico e del luogo di cura, il contenimento ai casi estremi delle ipotesi di T.S.O.n in condizioni di degenza ospedaliera ed,  infine, il rispetto della libertà di coscienza del ricoverato.

            Se da un lato la riforma sanitaria finisce per ridurre l’intervento dell’autorità giudiziaria nel procedimento che impone il T.S.O., sono tuttavia evidenti la riduzione al minimo dell’intervento coercitivo sul singolo, ottenuto esaltando il momento della prevenzione, il raccordo tra servizio e comunità e valorizzando soprattutto il consenso dell’interessato.

            È opportuno evidenziare che la problematica è quella bioetica del rapporto tra malato ed interrogativi posti dalla sperimentazione, dall’imposizione di cure, dall’esistenza (o meno) di un diritto a disporre definitivamente della propria vita.

            Sul piano dei trattamenti collettivi è pacifica la loro prevedibilità a tutela della salute pubblica.

            Gli interrogativi che si pongono  non sono risolvibili alla stregua del solo dettato normativo costituzionale: è possibile tuttavia fissare alcuni punti.

            Di fronte al tema della sperimentazione le condizioni essenziali sono quelle di una ricerca scientifica seria ed analitica, in sintonia con la garanzia della libertà della stessa ex art. 33 della Costituzione, ma soprattutto la necessità di un consenso libero quanto a capacità e condizioni soggettive di chi è chiamato a darlo.

            Com’è noto la sperimentazione umana comprende oggi anzitutto quella terapeutica, sia farmacologica che quella riferibile alla chirurgia sostitutiva dei trapianti d’organi. In secondo luogo si parla di sperimentazione con riguardo alla scienza biologica delle manipolazioni genetiche, della fecondazione artificiale, ecc.

            A fronte di ogni attività deve essere affermata, come diretta conseguenza del diritto a disporre della propria vita (ex art. 3 della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo) e della libertà di autodeterminazione (ex art. 32 della Costituzione) l’assoluta prevalenza della voluntas aegroti. Ed è chiaro come questa volontà non possa validamente e compiutamente formarsi se non in presenza di una conoscenza completa (e perciò di un’informazione esauriente) dei limiti di rischio, delle conseguenze, della durata, della possibilità d’interruzione e della reversibilità degli effetti dell’intervento che si deve compiere.

            E tale conclusione può essere trasferita intatta dall’ambito della sperimentazione a quella dell’attività terapeutica in senso proprio (dove i codici deontologici professionali ma soprattutto la “stella polare” della dignità umana dovranno orientare l’opera del medico sul paziente che non può consentire).

            Ma fino a che punto è possibile spingere tale principio dell’autodeterminazione?      Deve ritenersi che questo non possa essere posto in assoluto, ma, come ogni altro, debba essere ordinato ai correlati principi della convivenza, ed in particolare vada qualificato come funzionale alla libera esplicazione della persona umana.

            L’esaltazione di quest’ultima, compiuta dall’art. 3 della Costituzione, ed ancor prima la prospettiva dinamica in cui essa è realizzata nell’art. 2, permettono di identificare nel sistema costituzionale, la salvaguardia del bene supremo della vita da cui la tutela della salute e dell’integrità fisica derivano come indispensabili corollari.

            Tale conclusione in termini di difesa della vita consegue, oltre che dal citato principio personalistico e dal forte richiamo solidaristico di cui ai citati arti. 3 e 2 della Costituzione, da altre norme quali gli artt. 36 e 27 che, rispettivamente, assicurano un’esistenza libera e dignitosa e ripudiano la pena di morte, ma soprattutto dalla “bidimensionalità” del concetto di dignità, che non è solo una somma di diritti, ma anche un insieme di doveri ([21]).

            Tanto porta ad escludere la configurabilità, in astratto, di un diritto al suicidio ovvero a lasciarsi morire rifiutando le cure; nel secondo caso, tuttavia, si impone una distinzione non secondaria: proprio in ragione dell’essenzialità del rapporto tra conoscenza (informazione) e determinazioni di volontà non può negarsi il diritto di non consentire a forme di “accanimento terapeutico” o di artifcale prolungamento della vita, dove, all’evidenza, il rispetto della persona torna a giocare un ruolo di limite alla difesa del valore della vita ([22]).

            Se poi, al di fuori delle ipotesi legislativamente predeterminate, non può rintracciarsi alcun obbligo di curarsi, il generale dovere di tutelare la propria salute emerge come conseguenza del necessario collegamento tra la condizione del singolo ed il benessere della collettività. E ciò, se non legittima certo l’intervento del medico contro la volontà del paziente, esprime tuttavia un’indicazione di fondo che privilegia tutto ciò che, come scelta soggettiva, sia volto a migliorare il proprio stato fsio-psichico, ovvero a consentire la sopravvivenza altrui: emblematiche le ipotesi di cambiamento di sesso.

            Tanto concorre a fornire direttrici di metodo, dove il principio costituzionale può orientare e non definire, ma in cui il bilanciamento dei valori non può mai venire meno: è grazie alla funzionalizzazione degli stessi e tra gli stessi che può garantirsi una concezione non edonistica del perseguimento del bene-salute, una visione della scienza medica in termini di servizio non a principi etici astratti, ma alle esigenze effettive del malato, una evoluzione sicura e parallela delle condizioni di vita che la Repubblica promette e delle forme di solidarietà che l’uomo offre da sempre alla sofferenza dei propri simili.

 

* Avvocato, Dottore di ricerca in scienze bioetico – giuridiche (università degli studi di lecce)



[1]  La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 9 del 1965,  ha  ampiamente discusso  sulle accezioni di  morale e coscienza etica, concetti che non tollerano determinazioni quantitative del genere di quelle espresse dal termine “morale media” di un popolo, “etica comune” di un gruppo e altre analoghe. La legge morale vive nella coscienza individuale e così intesa non può formare oggetto di un regolamento legislativo.

[2] Cfr.  Formazione giuridica e deformazioni anti-giuridiche dell’Io-soggetto  in Ontologia e fenomenologia del giuridico. Studi in onore di Sergio Cotta,  1995, pp. 285-299.

[3] Viano C.A. Teorie etiche contemporanee, Nuova Cultura, 1990, p. 132 e ss. Si consideri, tuttavia, che  le problematiche legate alla ermeneutica nel pensiero contemporaneo sono state oggetto di approfonditi studi di Vattino G., La fine della modernità. Nichilismo ed ermeneutica nella cultura post-moderna, 1985 p. 25; Id., Oltre l’interpretazione, 1994, p. 35, secondo cui la questione dell’ermeneutica, e più in particolare della filosofia ermeneutica, non può essere assolta mediante un discorso meramente descrittivo del carattere ermeneutico di qualsiasi forma di coscienza e di esperienza, atteso che tale discorso corre il rischio di rimanere ancora una volta impigliato in una concezione metafisica della filosofia e della storia.

[4] Frosini G.,  La dottrina sociale e il pensiero dei Padri, in RTM, 1998, p. 363 ss.

[5]  Scalisi A., Il consenso del paziente al trattamento medico, in Dir. fam. e pers., 1993, II, p. 457.

[6] Compagnoni Francesco, D’agostino Francesco, Bioetica, diritti umani e multietnicità. Immigrazione e sistema sanitario nazionale, in Cultura Religiosa, 2001, p. 267;

 

[7] De Cupis A.,  Corpo (atti di disposizione del proprio), 1959, p. 854 ss.; dello stesso autore I diritti della personalità,  1982, p. 45 e ss. 

[8] Cass. 8 agosto 1985, n. 4394 in Giur. it. , 1987, I, p. 1136 e segg. ed in Foro it., 1986, I, 121 e in Resp. Civ. e Prev., 1986, I voce “Responsabilità civile”, con nota di Cesare P., L’intervento di chirurgia estetica è obbligazione di risultato?

[9]   Cass. sent. n. 1131 del 1976.

[10]  Cass. sent. n. 2439 del 1975. Si rilevi che  con precedente sentenza  n. 3044 del 1972, la Corte di Cassazione ha ritenuto che la scelta, fatta dal medico chirurgo, di un de­terminato metodo terapeutico o di una determinata tecnica operato­ria si risolve in colpa grave del professionista, per sua grave imperi­zia, quando il metodo e la tecnica scelti siano totalmente difformi da quelle regole che, per il comune consenso delle autorità scientifiche e per la consolidata sperimentazione, si possono reputare acquisite alla scienza ed alla pratica, sì da costituire il necessario corredo culturale e sperimentale del professionista, che si dedichi ad un determinato settore della medicina, ed il limite oltre il quale non può spingersi la scelta del professionista; ma tale scelta non può ascriversi a colpa gra­ve del chirurgo quando l’operatore versi nella necessità di scegliere tra diverse tecniche operatorie, sperimentate in passano con esiti al­terni e giudicate dai singoli autori e dalle varie scuole in modo con­trastante, ma non generalmente ripudiate alla stregua del progresso tecnico-scientifico in atto.

[11] A tal proposito, si devono ricordare gli studi sull’origine della malaria e le opere di bonifica delle zone paludose che prendono il posto delle mere distribuzioni di chinino ai soggetti febbricitanti, passive funzioni assistenziali caratteristiche della fine del secolo scorso.

[12] Il diritto alla salute: discorso pronunciato all’Assemblea Costituente nella seduta del 22-4-1947 / Alberto Mario Cavallotti. – Roma. Tip. Della Camera dei Deputati, 1947,  p. 16;

[13] Cfr. intervento Caronia, in Atti cit.

[14] Sul punto vedasi,  Montuschi L., art. 32, 1° comma, Costituzione, in Commentario della Costituzione, a cura di  Brancha G., Art. 29-34, 1976, p. 146, il quale, con riferimento all’opinione della Corte espressa nella sentenza 27/1975  rileva che “la generica aspettativa o attesa della ‘persona’ non trova …una pertinente collocazione né all’interno dell’art. 2 che presuppone, viceversa l’esistenza della ‘persona’ in senso fisico, né nell’art. 31, 2° comma, che va coordinato logicamente al successivo art. 37 e solo di riflesso contiene un nucleo di protezione dell’interesse alla vita del nascituro”.

[15] Per un caso emblematico, Corte Cost. sent. n. 431 del 1987, sul passaggio dall’assistenza sanitaria di categoria al servizio sanitario nazionale, ove la Corte ritiene non fondata una delle questioni prospettate, proprio rilevando che: “La Corte avverte, in tal senso, le preoccupazioni e le perplessità che la normativa impugnata desta per una caratterizzazione ancor oggi di incertezza e di disarmonia: ritiene, tuttavia, di escludere, allo stato, la normativa medesima da una declaratoria di illegittimità costituzionale, in quanto il sistema pur frammentizzato risulti - nei suoi pregressi collegamenti l’ultimo e definitivo anello di congiunzione per la attuazione della disciplina (cfr. sentenza n. 89 del 1984). La giustificazione del contingente non può, peraltro, portare a consentire interventi legislativi di tal sorta, non ispirati a chiara, puntuale certezza nella sistemazione delle prestazioni e dei relativi oneri”. In dottrina Cerri I. Corso di giustizia costituzionale, III ediz.,  2001, 243.

[16] Cfr. Corte Cost. sent. n. 49 del 1991, nella  quale è stato  ravvisato un non frazionabile interesse nazionale nella finalità di garantire l’autosufficienza del Paese nel campo della disponibilità di sangue e dei suoi componenti utilizzabili a scopi terapeutici, sottolineando anche il meccanismo di interazione tra le federazioni dei donatori di sangue ed il S.S.N.;

[17] Cfr. Corte Cost.  sent. n. 37 del 1991. Nella stessa occasione i giudici della Consulta hanno testualmente affermato: «inoltre, si tratta di un interesse che si presenta come particolarmente stringente e imperativo, essendo connesso alla indilazionabile necessità di contrastare, con mezzi adeguati, gli effetti eccezionali di un fenomeno morboso devastante, nell’intento di fornire uno standard minimo irrinunciabile di garanzia, in condizioni di eguaglianza in tutto il territorio della Repubblica, ad un valore, la salute, che, protetto dalla Costituzione come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività (art. 32), è stato costantemente riconosciuto come primario da questa Corte sia per la sua inerenza alla persona umana sia per la sua valenza di diritto sociale, caratterizzante la forma di stato sociale disegnata dalla Costituzione. Il perseguimento di un interesse siffatto, secondo la giurisprudenza di questa Corte, giustifica in principio la compressione da parte del legislatore statale di ogni tipo di competenza regionale o provinciale, e ciò anche con interventi di dettaglio, purché si tratti di misure necessarie e proporzionate rispetto alla realizzazione dell’interesse medesimo»;

[18] Cfr. Cass. pen. 14 aprile 1991, in Nuova Giur. civ. commentata 1991, p. 785, con nota di  Alpa G.

[19] Cfr. Corte cost. sent. n. 154 del 1980.

[20] Lungimirante lo straordinario pensiero di A. Moro nel chiarire che, con il secondo comma il legislatore costituzionale non «vuole escludere il consenso del singolo a determinate pratiche sanitarie che si rendessero necessarie in seguito alle sue condizioni di salute; si vuole soltanto vietare che la legge, per considerazioni di carattere generale e di male intensa tutela degli interessi collettivi, disponga un trattamento del genere»;  in Atti Costit., Roma, 22.4.1947, p. 1129

[21] Si  riconosce, in tal contesto,  l’esistenza di una componente deontica essenziale in seno alla struttura dei diritti fondamentali;  v., dunque, volendo,  Ruggeri A.-Spadaro A., Dignità dell’uomo e giurisprudenza costituzionale (prime notazioni), in Pol. dir., 1991, 343 ss.; di Spadaro A, cfr., inoltre, ora, Dai diritti “individuali” ai doveri “globali”. La giustizia distributiva internazionale nell’età della globalizzazione, Soveria Mannelli 2005, spec. la parte III, che ragiona di una globalizzazione dei doveri.

[22] Cfr. con riferimenti di dottrina, Scalisi A., Il valore della persona nel sistema e i nuovi diritti della personalità, 1990, p. 109 e ss.