IMMIGRAZIONE E PROBLEMI BIOETICI

                                                                                                                                                                                                                                                                                         Giuseppe Gioffredi*

 

SOMMARIO: 1. Introduzione. – 2. Aspetti generali dell’immigrazione in Europa. – 3. L’immigrazione in   Italia. – 4. Bioetica e immigrazione. – 4.1. Considerazioni generali. – 4.2. La problematica socio-sanitaria. – 4.3. Segue: la tutela della salute.

 

 

1. Introduzione.

 

L’immigrazione è un fenomeno con il quale il mondo si è confrontato in passato ed è destinato a confrontarsi ancor di più nei prossimi anni a causa dei processi di globalizzazione in atto e degli effetti che questi processi – in presenza di persistenti squilibri demografici, economici e sociali tra le varie aree del pianeta – determinano sulla circolazione delle persone[1]. Negli ultimi decenni, infatti, esso ha assunto sempre di più una configurazione permanente, trasformandosi in realtà strutturale della società contemporanea. I flussi migratori, dunque, rappresentano un fenomeno ormai irreversibile, destinato ad una maggiore rilevanza nei prossimi anni e non più pensabile e sostenibile soltanto in termini di emergenza.

Le analisi delle cause del fenomeno migratorio concordano nell’affermare che, poiché i fattori espulsivi (push factors) dei Paesi di esodo (conflitti armati, dittature, violazione dei diritti umani, degrado dell’ambiente e disastri naturali, sottosviluppo economico, incremento demografico, disoccupazione, diffusione dei modelli di vita occidentali, ecc.) e i fattori attrattivi (pull factors) dei Paesi di arrivo (migliori possibilità economiche, richiesta di manodopera, ricongiungimento familiare, occasioni di studio o di formazione, ecc.) non cesseranno nel breve periodo, è molto probabile che l’immigrazione straniera sia destinata a crescere ulteriormente[2]. A ciò si aggiunga che in un mondo sempre più caratterizzato dalla globalizzazione, le distanze si accorciano e le persone si muovono in uno spazio i cui confini tendono a dilatarsi.

Secondo la definizione generalmente accettata, il migrante è colui che risiede per più di un anno in un Paese diverso da quello in cui normalmente sta, generalmente alla ricerca di un lavoro o di una vita migliore[3]. Migranti sono anche gli stranieri che per ragioni di sicurezza personale chiedono asilo ad uno Stato (cioè chiedono di entrare e soggiornare in un territorio straniero in cui trovano protezione)[4], così come lo sono i rifugiati, cioè coloro che, «temendo a ragione di essere perseguitati per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le loro opinioni politiche, si trovano al di fuori del Paese di cui sono cittadini e non possono o, a causa di questo timore, non vogliono avvalersi della protezione di questo Paese» (art. 1 Convenzione relativa allo status dei rifugiati del 28 luglio 1951)[5].

Il riferimento alle cause delle spinte migratorie costituisce un indispensabile punto di partenza per la comprensione del fenomeno e dei problemi posti da un’immigrazione sempre più massiccia ed incontrollata. Come si è prima osservato, le odierne migrazioni internazionali sono determinate da diversi fattori che hanno favorito ingenti spostamenti di persone: la globalizzazione, l’esplosione demografica nei Paesi in via di sviluppo, l’aumento delle disuguaglianze tra Nord e Sud del mondo. Ma esse affondano le proprie radici anche nel nazionalismo esasperato, nell’emarginazione sistematica e a volte violenta delle minoranze etniche o dei credenti di religioni non maggioritarie, nelle guerre civili che insanguinano molte aree del pianeta. Tutte queste realtà continueranno a costituire, anche negli anni a venire, altrettanti fattori di spinta e di espansione – secondo una combinazione ogni volta differente – dei flussi migratori, anche se l’irrompere sulla scena internazionale del terrorismo provocherà, per ragioni di sicurezza, reazioni che ostacoleranno il movimento dei migranti.

 

 

2. Aspetti generali dell’immigrazione in Europa.

 

Il fenomeno dell’immigrazione, come si è già accennato, ha ormai acquisito in Europa caratteristiche strutturali e non coinvolge più soltanto i Paesi storicamente meta di flussi di immigrati. Alla tradizionale migrazione verso i Paesi industrializzati dell’Europa settentrionale (che, a partire dai primi anni Novanta, hanno inaugurato una politica più restrittiva nei confronti dei migranti) si è aggiunta quella verso i Paesi dell’Europa meridionale, i quali da terre di emigrazione o di transito si sono trasformati, nell’arco di un trentennio, in importanti aree di permanenza.

Le politiche restrittive nel settore dell’immigrazione, introdotte in passato dagli Stati europei di tradizionale destinazione, andavano dal blocco degli ingressi ai tentativi di incentivare e/o obbligare il rientro dei lavoratori stranieri disoccupati. Tali politiche si accompagnarono a due situazioni relativamente nuove per la realtà europea: a) l’allargamento a sud delle aree di attrazione, giunte a comprendere Paesi come l’Italia, la Spagna e infine la Grecia e il Portogallo; b) lo sviluppo dell’immigrazione clandestina. A queste situazioni si deve aggiungere l’ulteriore novità costituita dall’apertura delle frontiere orientali (dopo la dissoluzione dell’impero sovietico) e dalla conseguente instabilità politica ed economica di quelle aree. Questi fenomeni hanno indubbiamente esteso sia l’area di pressione migratoria, sia il potenziale serbatoio della clandestinità.

Le linee politiche poste in essere dagli Stati europei di destinazione nei confronti degli immigrati stranieri si sono ispirate a differenti modelli politico-giuridici che riflettono differenti visioni del rapporto tra autoctoni e immigrati, tra maggioranze e minoranze, tra Stato e comunità. Due differenti e paradigmatiche tendenze d’azione politica e giuridica sono quella francese e quella inglese. Si tratta di due modelli i cui presupposti si ritrovano già nella storia dei due Paesi, in particolare nelle loro politiche coloniali. La linea politica adottata dal Governo francese nei confronti degli immigrati ha il suo fondamento nella neutralità e laicità dello Stato, che si assume non debba prendere posizione, né adottare misure che riguardano la sfera privata dell’individuo. Questo modello privilegia fortemente l’integrazione per “assimilazione” delle popolazioni immigrate[6]. Su un versante opposto viene a collocarsi invece il modello inglese, fondato sul rispetto e sulla valorizzazione delle “diversità”. Esso si dichiara ufficialmente diretto ad un trattamento paritetico delle minoranze.

 

 

3. L’immigrazione in Italia.

 

Solo recentemente la realtà dell’immigrazione ha interessato l’Italia, Paese di forte emigrazione per oltre un secolo. L’immigrazione straniera in Italia, invero, è aumentata in modo progressivo a partire dagli anni Settanta, quando i flussi migratori, lungi dal cessare, cominciarono a dirigersi anche verso i Paesi dell’Europa meridionale. Si trattò, comunque, di ingressi non voluti, non programmati, e successivamente in gran parte regolarizzati dai pubblici poteri. A partire dagli anni Ottanta il flusso migratorio italiano si è nettamente invertito e l’Italia si è trasformata da terra di emigrazione in terra di immigrazione. Tuttavia all’inizio si è trattato soltanto di un modesto flusso di tunisini stabilitisi sulle coste siciliane. Ma dalla fine di quel decennio il fenomeno è divenuto rilevante, interessando prevalentemente persone provenienti dall’Africa settentrionale e occidentale. Negli anni Novanta, inoltre, l’apertura dei confini dell’Est europeo ha favorito i movimenti migratori dai Paesi di quell’area. Di recente, l’aumentato livello del lucroso mercato del lavoro nero, che accoglie manodopera straniera disposta a svolgere le attività rifiutate dagli italiani (i cosiddetti lavori delle “tre d”: “dirty”, “dangerous”, “demanding”), associato all’andamento demografico negativo, ha reso ormai l’Italia una delle mete definite di insediamento stabile.

È interessante rilevare una caratteristica peculiare del fenomeno migratorio in Italia, consistente in una notevole eterogeneità nelle provenienze degli immigrati, laddove nell’Europa centro-settentrionale, in conseguenza dei precedenti regimi coloniali, i Paesi di provenienza erano costituiti prevalentemente dalle ex colonie. Si tratta di un dato costante negli anni che sembra ormai caratterizzare in maniera strutturale l’immigrazione in Italia e che per questo induce a parlare di un modello migratorio sui generis soprattutto se rapportato ad un contesto mondiale nel quale sono pochi i Paesi in cui si assiste ad una tale diversificazione di nazionalità[7].

Non v’è dubbio che, tra le sfide epocali che l’Italia è chiamata ad affrontare, quella migratoria assume una rilevanza del tutto peculiare a motivo della collocazione geografica del nostro Paese: crocevia, da un lato, tra il bacino del Mediterraneo e l’Europa settentrionale e, dall’altro, tra Est e Ovest del mondo, l’Italia costituisce uno dei poli preferenziali d’immigrazione ed è esposta a continui tentativi di aggiramento delle misure nazionali ed europee volte a contenere e a regolamentare l’ingresso degli immigrati.

Per quanto riguarda la disciplina legislativa dell’immigrazione e gli interventi dei pubblici poteri in merito, si deve rilevare che essi, fino all’entrata in vigore della legge n. 40 del 6 marzo 1998, sono stati disorganici, incompleti, inefficaci e spesso determinati dall’esigenza di contenimento dell’immigrazione illegale. In Italia, dunque, lo straniero ha avuto una condizione giuridica precaria ed incerta e si sono realizzate politiche migratorie incapaci di governare efficacemente un fenomeno divenuto ordinario e riguardante l’intera collettività. Invero, i provvedimenti urgenti di regolarizzazione degli immigrati clandestini, in mancanza di un effettivo aumento delle possibilità legali di ingresso per motivi di lavoro, si sono rivelati del tutto controproducenti nel governo del fenomeno migratorio, finendo con l’incentivare nuovi flussi di immigrazione illegale. Da ciò la necessità di interrompere questo circolo vizioso mediante strumenti ordinari e miranti alla gestione del fenomeno nel lungo periodo, tra i quali innanzitutto una normativa organica che consentisse di contemperare la scarsità delle risorse disponibili in Italia e la tutela della pacifica convivenza civile e della sicurezza pubblica con il bisogno insoddisfatto di alcuni tipi di manodopera, con il previsto forte calo demografico italiano e con l’aumento delle spinte migratorie da molti Paesi.

La legge n. 40 del 6 marzo 1998 riguarda, come accennato, la disciplina dell’immigrazione e le norme sulla condizione giuridica dello straniero extracomunitario presente in Italia[8]. A tale legge hanno fatto seguito, per meglio coordinarla con altre fonti dell’ordinamento italiano e per cercare di definire una disciplina organica della materia nei suoi diversi profili, un testo unico approvato con d.lgs. n. 286 del 25 luglio 1998[9] (in cui la legge 40/1998 è totalmente confluita) e un regolamento di attuazione, approvato con d.P.R. n. 394 del 31 agosto 1999[10] (in seguito modificato dal d.P.R. n. 334 del 18 ottobre 2004, emanato per adeguare le norme attuative alle novità introdotte dalla legge 189/2002). La legge 40/1998 prevede una disciplina molto articolata che ridisegna l’intera materia. Si è trattato, pertanto, di una legislazione ispirata ad un’esigenza di organicità e volta a sanare la situazione di indeterminatezza ripetutamente indicata come grave limite alla possibilità di stabilizzazione delle comunità  immigrate e all’evoluzione, in senso positivo, dei rapporti tra queste ultime e le comunità locali[11].

Uno degli aspetti peculiari della riforma consiste nell’affrontare, per la prima volta in modo organico, temi distinti anche se connessi, quali l’immigrazione (ingresso, soggiorno, lavoro dello straniero) e la condizione dello straniero (diritti e doveri dello straniero). In una legislazione ampiamente condizionata dall’esigenza di controllare gli ingressi, di contrastare l’immigrazione clandestina, di allontanare gli stranieri irregolari, l’apertura più significativa è rappresentata, invero, dall’affermazione della necessità di tutelare i diritti essenziali della persona (fra cui, ad esempio, il diritto al ricongiungimento familiare), quale ne sia la cittadinanza, attenuando così il rigore di una normativa ispirata a finalità repressive.

La legge n. 189 del 30 luglio 2002 (comunemente denominata “legge Bossi-Fini”) modifica ed integra il già citato Testo unico sull’immigrazione del 1998 (in cui la legge 40/98 era stata trasfusa), soprattutto quelle disposizioni che riguardano la pubblica sicurezza, l’ingresso e l’espulsione dello straniero, i requisiti e le varie tipologie di permesso di soggiorno, il ricongiungimento familiare e il diritto d’asilo[12]. Tale legge lascia comunque intatti i principî generali della riforma, contenuti in particolare nel titolo I del Testo Unico, confermando la rilevanza dei profili internazionali e comunitari della materia dell’immigrazione. Essa si propone, infatti, di migliorare la disciplina dei flussi migratori e di contrastare più efficacemente l’immigrazione clandestina, nel quadro di una più stretta cooperazione internazionale.

Il meccanismo fondamentale di regolamentazione dell’immigrazione resta fondato sulla politica dei flussi, con la predisposizione annuale di un decreto (c.d. “decreto flussi”)[13] con cui il Governo indica quanti stranieri possono entrare in Italia per motivi di lavoro (art. 3). La “legge Bossi-Fini” dedica, inoltre, ampio spazio ai controlli alle frontiere, al coordinamento fra autorità nazionali nonché fra queste e quelle europee (art. 10), alla repressione dell’immigrazione clandestina (art. 11), in particolare a quella via mare, attribuendo compiti ad organi amministrativi nuovi o rinnovati per meglio adempiere agli scopi fissati.

Il costante e massiccio flusso di ingressi clandestini di stranieri nel territorio nazionale anche dopo l’applicazione delle nuove norme introdotte dalla “legge Bossi-Fini”, la circostanza che l’applicazione di alcuni istituti da essa introdotti abbia evidenziato una certa macchinosità e vessatorietà, i vari i dubbi di legittimità costituzionale che sono stati sollevati[14], nonché le rimarchevoli differenze tra tali norme e le nuove norme comunitarie in materia di immigrazione e asilo, facevano presagire che presto il legislatore italiano avrebbe apportato nuove modifiche alle norme adottate in materia.

In effetti, il 28 giugno 2007, il Consiglio dei ministri ha approvato in via definitiva (il 24 aprile 2007 lo aveva approvato in via preliminare) il disegno di legge delega al Governo per la modifica della disciplina dell’immigrazione e delle norme sulla condizione dello straniero (noto come “d.d.l. Amato-Ferrero”, dal nome dei ministri dell’Interno e della Solidarietà sociale che lo hanno redatto)[15]. Dal momento in cui la relativa legge entrerà in vigore, il Governo avrà un anno di tempo per varare – in attuazione dei principi e dei criteri direttivi enunciati nella legge stessa – un decreto legislativo per la modifica del Testo unico di cui al d.lgs. 286/1998. Entro due anni dalla data di entrata in vigore del decreto d’attuazione, poi, potranno essere emanati uno o più decreti legislativi correttivi e integrativi; entro un anno, invece, dovrà essere adottato un decreto legislativo per la semplificazione e il coordinamento delle disposizioni vigenti.     

 

 

4. Bioetica e immigrazione.

4.1. Considerazioni generali.

 

Nell’àmbito della tematica dell’immigrazione, la bioetica – quale disciplina che si occupa dei problemi morali e giuridici emergenti nel campo della ricerca biologica e medica – deve riguardare in modo specifico i problemi sociali suscitati dall’immigrazione in un contesto politico-sanitario (per esempio, occupandosi dei criteri di distribuzione delle risorse disponibili, anche in termini preventivi) e in un contesto terapeutico-assistenziale. Si tratta di determinare, ad esempio, se gli immigrati abbiano diritto alle cure e all’assistenza sanitaria pubblica, se debbano essere sottoposti a screening diagnostici o trattamenti sanitari obbligatori e quali debbano essere i principî e i valori che guidano l’attività degli operatori sanitari nei confronti di individui che hanno radici culturali eterogenee.

La ricerca bioetica è giunta alla formulazione di alcuni principî generali e specifici che devono guidare la riflessione e la prassi in tale àmbito.

a) Principî generali. Il primo principio generale è quello per cui la stessa dignità accomuna tutti gli uomini; si tratta, in altre parole, del principio del riconoscimento del rispetto dell’essere umano, indipendentemente dall’appartenenza etnica o culturale. È il principio dell’eguaglianza di tutti gli uomini, sancito anche dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 10 dicembre 1948 (v. art. 1). Tale principio va poi integrato con il principio di diversità che equivale a riconoscere e comprendere il valore delle culture di appartenenza. Nella prospettiva della tutela delle persone appartenenti a gruppi minoritari, il principio dell’eguaglianza non va inteso dunque come eguale trattamento, ma come un obiettivo che ammette trattamenti differenziati finalizzati a realizzarlo. Al livello delle politiche sanitarie il principio cardine è individuabile nella tutela della salute. Al problema della titolarità in capo agli immigrati del diritto alla salute si sovrappone quello inerente alle modalità attuative dello stesso, àmbito nel quale gli aspetti giuridici si intersecano con quelli bioetici.

b) Principî specifici. Sul piano giuridico esiste nel nostro ordinamento, così come in tutti gli ordinamenti giuridici occidentali, il fondamentale principio del consenso ai trattamenti sanitari, siano essi a carattere diagnostico, terapeutico o sperimentale[16]. Esso comporta, evidentemente, che l’informativa data al paziente sui contenuti del trattamento, nonché sui suoi effetti, sia dallo stesso comprensibile, non solo in termini linguistici ma anche in termini culturali.

Relativamente alla relazione dell’operatore sanitario con il paziente, risulta di particolare importanza il principio del rispetto della dignità di ogni essere umano nella sua specificità culturale, purché quest’ultima non sia in contrasto con i principî di democrazia e di laicità dello Stato e con l’esigenza bioetica fondamentale di tutelare l’integrità psico-fisica dell’individuo nel rispetto della salute ed ai fini della sua promozione. Per tale motivo, secondo il Comitato Nazionale per la Bioetica (v. CNB, Problemi bioetici in una società multietnica, parere del 16 gennaio 1998), le richieste, in particolare quelle rivolte al servizio sanitario, di procedere a mutilazioni o lesioni del corpo umano (si pensi, ad esempio, all’infibulazione) con finalità non terapeutiche, ma rituali e/o religiose, non devono essere accolte (si veda, in proposito, la legge n. 7 del 9 gennaio 2006, Disposizioni concernenti la prevenzione e il divieto delle pratiche di mutilazione genitale femminile).

Per dare concretezza ai suddetti principî è importante una formazione del personale sanitario (e degli operatori dei servizi sociali) che includa la conoscenza linguistica e medica delle patologie principali dei Paesi di provenienza degli immigrati, con particolare riferimento alla percezione che essi hanno rispetto a temi, quali la salute, la malattia, il dolore, la morte, ecc.

Al principio del consenso informato alle cure si affianca il principio bioetico di autonomia, in base al quale il paziente, in forza della sua dignità di soggetto, ha il diritto di decidere autonomamente se accettare o rifiutare quanto (sia dal punto di vista diagnostico che terapeutico) si intende fare su di lui[17].

A fronte di pratiche sanitarie legate a culture o credenze religiose estranee alla cultura occidentale, il principio bioetico di beneficialità impone ai sanitari di esercitare la propria scienza per il bene della persona. Si può aggiungere, utilizzando le parole di E. Sgreccia, che il principio di beneficialità «[è] senz’altro qualcosa di più dell’ippocratico “primum non nocere”, che è chiamato anche “principio di non maleficienza”, in quanto non comporta solo l’astenersi dal danneggiare, ma implica soprattutto l’imperativo di fare attivamente il bene e addirittura di prevenire il male»[18].

 

 

4.2. La problematica socio-sanitaria.

 

Il tema della salute riferito al fenomeno immigratorio riguarda principalmente due problemi: a) il riconoscimento di un diritto alla salute per tutti gli immigrati (regolari e clandestini); b) le difficoltà di accesso alle strutture sanitarie. A ciò si aggiunga una terza questione: c) spesso si parla degli immigrati come veicolo di diffusione di patologie proprie dei Paesi di provenienza (sconosciute in Occidente o qui scomparse), dimenticando che, generalmente, gli immigrati arrivano sani e si ammalano solo in seguito, sovente anche in conseguenza delle particolari condizioni in cui si ritrovano a vivere.

Gli immigrati che giungono in Italia, in effetti, hanno un patrimonio di salute psico-fisica pressoché  integro, anche grazie alla loro età relativamente giovane. Questo fenomeno, definito come “effetto migrante sano”, è dovuto ad un’autoselezione di chi decide di emigrare[19]. Generalmente la prima richiesta di assistenza sanitaria si manifesta dopo un certo intervallo di tempo che negli ultimi anni si è notevolmente ridotto, passando dai quasi dodici mesi dell’inizio degli anni Novanta ai tre-quattro mesi della fine dello stesso decennio. Qualunque sia il patrimonio di salute in dotazione del migrante, questo in seguito si dissolve più o meno velocemente per una serie di fattori di rischio: il degrado abitativo, le precarie condizioni igieniche, la mancanza di lavoro e di reddito, la sottoccupazione in lavori rischiosi e non tutelati, l’assenza del supporto familiare, il clima e le abitudini alimentari diverse, il malessere psicologico legato alle difficoltà di inserimento e allo sradicamento dalle proprie origini, la discriminazione nell’accesso ai servizi sanitari[20].

 

 

4.3. Segue: la tutela della salute.

 

Il degrado più o meno rapido del patrimonio di salute del migrante nel Paese ospite pone seri problemi tanto alla persona che si ammala, che viene a perdere un’importante risorsa da investire per la realizzazione del progetto migratorio, quanto alla collettività che è costretta a sostenere i costi sociali ed economici che questo comporta. Da ciò emerge un’esigenza di tutela della salute degli immigrati sia in via preventiva, onde eliminare i fattori di rischio, sia in via successiva, per un’adeguata cura della patologia.

La Corte costituzionale italiana (sentenza n. 252 del 5-17 luglio 2001), riferendosi al diritto alla salute e all’assistenza sanitaria, ha affermato che esso fa parte di un “nucleo irriducibile” di diritti e costituisce un “diritto fondamentale della persona” da riconoscere anche agli stranieri, indipendentemente dalla loro posizione rispetto alle norme che regolano l’ingresso e il soggiorno nel territorio dello Stato, anche se il legislatore può certamente prevedere differenti modalità di esercizio di tale diritto[21].

Allo stato attuale è comunque necessario e urgente avviare un percorso di promozione della salute che, come definito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, non si esaurisca nella cura delle malattie ma promuova il benessere fisico, psicologico e sociale della persona, a tutela individuale e dell’intera collettività. Le misure di accoglienza (politiche, sociali e sanitarie) devono integrarsi e interagire perché la fragilità sociale è il fattore di rischio maggiore per la salute della popolazione immigrata, e il progressivo inserimento ed inclusione della stessa nel tessuto sociale, economico e culturale del Paese d’arrivo è la migliore forma di prevenzione e benessere per l’intera popolazione.

 

* Ricercatore di Diritto internazionale, Università del Salento, Lecce, Italia.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

CARELLA G., Esodi di massa e diritto internazionale, in Rivista di diritto internazionale, 1992, p. 903 ss.; CELLAMARE G., La disciplina dell’immigrazione nell’Unione europea, Torino, Giappichelli, 2006; COMPAGNONI F., D’AGOSTINO F., Bioetica, diritti umani e multietnicità, Torino, Ed. San Paolo, 2001; COMPAGNONI F., D’AGOSTINO F., Dinamiche multiculturali e servizi sociosanitari in Italia, Torino, Ed. San Paolo, 2003; D’AGOSTINO F., SAPIENZA R., SCERBO A., Immigrazione. Fra accoglienza e rifiuto, Torino, Ed. San Paolo, 2005; DALLA TORRE G. (a cura di), Immigrazione e salute. Questioni di biogiuridica, Roma, Studium, 1999; EINAUDI L., Le politiche dell'immigrazione in Italia dall'Unità a oggi, Roma-Bari, Laterza, 2007; FACCHI A., I diritti nell’Europa multiculturale. Pluralismo normativo e immigrazione, Roma-Bari, Laterza, 2006; GAROFALO L., Alcune considerazioni sul diritto comunitario delle migrazioni, in Sud in Europa, 2006, p. 6 ss.; LEANZA U. (a cura di), Le migrazioni. Una sfida per il diritto internazionale, comunitario e interno (Atti IX Convegno SIDI), Napoli, Editoriale Scientifica, 2005; MANCA L., L’immigrazione nel diritto dell'Unione europea, Milano, Giuffrè, 2003; MELICA L., Lo straniero extracomunitario. Valori costituzionali e identità culturale, Torino, Giappichelli, 1996; NASCIMBENE B. (ed.), Expulsion and Detention of Aliens in the European Union Countries, Milano, Giuffrè, 2001; NASCIMBENE B. (a cura di), Diritto degli stranieri, Padova, Cedam, 2004; QUADRI S., Le migrazioni internazionali. Da una disciplina statale dell’immigrazione al diritto internazionale delle migrazioni, Napoli, Editoriale Scientifica, 2006; RESTA E., Il diritto fraterno, Roma-Bari, Laterza, 2007; RINOLDI D. (a cura di), Questioni di diritto delle migrazioni: fra diritto europe, diritto internazionale e diritto interno, Milano, I.S.U. Università Cattolica, 2007; SAULLE M.R. (a cura di), Asilo, migrazione, lavoro, Napoli, Esi, 1995; TAYLOR C., Multiculturalismo. La politica del riconoscimento, Milano, Feltrinelli, 1998; TARANTINO A., Diritti umani e questioni di bioetica naturale, Milano, Giuffrè, 2003.

 


 

[1] Sul fenomeno della globalizzazione v.: A. Baldassarre, Globalizzazione contro democrazia, Roma-Bari, Laterza, 2002; F. Bonaglia, A. Goldstein, Globalizzazione e sviluppo: due concetti inconciliabili? quattro luoghi comuni da sfatare, Bologna, Il Mulino, 2003; D. Held, Governare la globalizzazione. Un'alternativa democratica al mondo unipolare, Bologna, Il Mulino, 2005; E. Resta, Il diritto fraterno, Bari-Roma, Laterza, 2005.

[2] In argomento v. il Rapporto finale della Conferenza delle Nazioni Unite sulla popolazione e lo sviluppo (Conferenza del Cairo): United Nations, Report of the International Conference on Population and Development, 5-13 settembre 1994, doc. A/CONF.171/13/Rev.1, United Nations, New York, 1995.  

[3] Per una critica di tale definizione v. R. Cagiano de Azevedo, Statistica e demografia delle migrazioni internazionali, in U. Leanza (a cura di), Le migrazioni. Una sfida per il diritto internazionale, comunitario e interno (Atti IX Convegno SIDI), Napoli, Editoriale Scientifica, 2005, p. 33. Non esiste, invero, una ben precisa definizione giuridica ed internazionalmente riconosciuta di “migrante”. Quella riportata è il frutto dei lavori (New York, 1995) di un gruppo di esperti internazionali, convocati congiuntamente dalla Statistical Division delle Nazioni Unite e dall’Ufficio Statistico delle Comunità Europee. Un lungo dibattito si è dovuto registrare, durante le riunioni tenute dal gruppo di esperti, attorno alla definizione di migrante. Due differenti linee di pensiero si sono schierate, rispettivamente, a favore del criterio della residenza e della cittadinanza. I contrasti più evidenti, inoltre, si sono sollevati sul confine da porre tra migrazione a breve termine e quella a lungo termine o permanente. Possiamo affermare che, in generale, il migrante è una persona che si è trasferita in un Paese diverso dal proprio, in maniera temporanea o permanente, alla ricerca di un’occupazione o di migliori condizioni di vita (in merito v. Comitato nazionale per la celebrazione del 50° anniversario dell’ONU - Presidenza del Consiglio dei Ministri, Conoscere l’Onu - Manuale sulle Nazioni Unite, Perugia, 1995, p. 17).

[4] Il diritto d’asilo è il diritto concesso a uno straniero di trovare rifugio nel territorio (a. territoriale) o presso una rappresentanza diplomatica (a. diplomatico) di uno Stato terzo, qualora sia perseguitato o subisca discriminazioni per motivi politici, religiosi, razziali. Secondo l’art. 10, comma 3°, della nostra Carta costituzionale, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica «[l]o straniero al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana». 

[5] Il termine rifugiato non coincide con quello del richiedente asilo: un individuo può ricevere asilo territoriale senza perciò rivestire la condizione di rifugiato. L’asilo attiene semplicemente ai profili dell’ammissione sul territorio statale del perseguitato, generalmente politico; lo status di rifugiato, invece, determina una più ben precisa e definita condizione giuridica.  

[6] Molti criticano (soprattutto a seguito dei disordini che hanno infiammato le periferie popolari di alcune città francesi nel novembre 2005) il carattere astratto del modello francese di integrazione e ne proclamano il fallimento. Secondo tali critiche, l’uguaglianza affermata da tale modello è costantemente smentita da disuguaglianze di fatto, che il modello francese sarebbe incapace di affrontare. Si deve comunque considerare che la legge francese n. 2006-911 del 24 luglio 2006 relativa all’immigrazione e all’integrazione degli stranieri – proposta dall’allora ministro dell’Interno N. Sarkozy – indurisce le condizioni per l’entrata e il soggiorno dei cittadini stranieri.

[7] Sono ben 191 gli Stati da cui provengono i cittadini stranieri regolarmente soggiornanti in Italia. Per raggruppare 80% degli immigrati occorrono almeno 30 nazionalità. Il gruppo più numeroso è quello dei marocchini (che costituisce l’11,4% degli stranieri), seguito dagli albanesi (11,2%) e dai rumeni (6,3%), dai filippini (4,3%), dai cinesi (4,1%), e via via dalle altre nazionalità. (Cfr. S. Femminis, Immigrazione in Italia, in Aggiornamenti sociali, 2004, pp. 78-79).

[8] Legge n. 40 del 6 marzo 1998, Disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero (in G.U. n. 59 del 12 marzo 1998, S.O. n. 40).

[9] Decreto Legislativo n. 286 del 25 luglio 1998, Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero (in G.U. n. 191 del 18 agosto 1998, S.O. n. 139).

[10] Decreto del Presidente della Repubblica n. 394 del 31 agosto 1999, Regolamento recante norme di attuazione del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, a norma dell'articolo 1, comma 6, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, (in G.U. n. 258 del 3 novembre 1999, S.O. n. 190).

[11] Occorre, comunque, rilevare che l’esigenza dell’organicità della legislazione del 1998 apparve molto ridimensionata dalla mancata regolamentazione del diritto d’asilo, della condizione degli asilanti e delle domande d’asilo, materie che restano regolate dalla normativa previgente.

[12] Legge n. 189 del 30 luglio 2002, Modifica alla normativa in materia di immigrazione e di asilo (in G.U. n. 199 del 26 agosto 2002, S.O. 173).

[13] V. Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 15 febbraio 2006, Programmazione dei flussi d’ingresso dei lavoratori extracomunitari nel territorio dello Stato per l’anno 2006, in G.U. n. 55 del 7 marzo 2006; Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 14 luglio 2006, Programmazione aggiuntiva dei flussi d’ingresso dei lavoratori stagionali extracomunitari nel Territorio dello Stato per l’anno 2006, in G.U. n. 185 del 10 agosto 2006.

[14] V., ad esempio, la sentenza della Corte costituzionale n. 223 del 15 luglio 2004.

[15] Le principali novità, rispetto alla normativa vigente, contenute nel d.d.l. delega sono le seguenti: test d’italiano nel Paese d’origine per iscriversi alle “liste di collocamento” nelle nostre ambasciate; corsie preferenziali per infermieri, badanti, colf, tecnici specializzati, manager, artisti (per tutti gli altri, comunque, abolizione del contratto di soggiorno previsto dalla “legge Bossi-Fini”); “decreto flussi” triennale con correzioni in corso d’opera ogni anno; procedure semplificate per permessi d’ingresso e nulla osta; documenti regolari, per un anno, anche per chi viene licenziato e cerca un nuovo lavoro; rimpatri volontari e incentivati grazie alla creazione di un apposito Fondo nazionale; espulsioni decise dal giudice ordinario e non più da quello di pace; superamento graduale degli attuali centri di permanenza temporanea con la creazione di un triplo circuito (centri d’identificazione aperti per le famiglie e gli stranieri che collaborano; identificazione obbligatoria in carcere per gli arrestati; centri di trattenimento solo per chi, in attesa dell’espulsione, non vuole dichiarare la propria identità).

[16] L’art. 32, comma 2°, della Costituzione italiana recita che «[n]essuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge». Vige, dunque, una riserva di legge, in quanto i trattamenti  sanitari obbligatori (o addirittura coattivi) sono ammessi solo se indispensabili per la tutela della salute della collettività. L’art. 3, comma 2°, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea del 7 dicembre 2000 recita che «[n]ell’àmbito della medicina e della biologia devono essere in particolare rispettati: - il consenso libero e informato della persona interessata, secondo le modalità definite dalla legge […]».  

[17] Sul punto v. C. Viafora, Principî della bioetica, in S. Leone e S. Privitera (a cura di), Dizionario di bioetica, Acireale-Bologna, Edb-Isb, 1994, p. 740.

[18] E. Sgreccia, Manuale di bioetica, vol. I, Milano, Vita e pensiero, 1999, p. 174.

[19] In argomento v. A. Morrone, Salute e migrazioni tra Nord e Sud del pianeta, in F. Compagnoni e F. D’Agostino (a cura di), Bioetica, diritti umani e multietnicità, Torino, Edizioni San Paolo, 2001, p. 147. 

[20] Cfr. idem, pp. 147-148.

[21] Oggi in Italia, almeno teoricamente, è garantito l’accesso alle cure, seppure in forma diversificata, a tutti gli immigrati presenti sul nostro territorio: per i regolari è prevista l’equiparazione ai cittadini italiani e la semplificazione degli iter amministrativi; per i clandestini sono assicurate le cure ambulatoriali e ospedaliere urgenti, essenziali e continuative, con particolare riferimento alla medicina preventiva, alla tutela della maternità e dei minori. La tutela della salute viene dunque ritenuta un diritto fondamentale della persona (garantito anche dall’art. 12 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali del 16 dicembre 1966 e dall’art. 35 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea) e viene garantita agli indigenti, così come previsto dalla Costituzione italiana (la disposizione di cui all’art. 32, comma 1°, afferma che «[l]a Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti»). È significativo che la disposizione costituzionale tuteli la salute «come fondamentale diritto dell’individuo» e non del cittadino, oltre che come «interesse della collettività» e non della nazione, garantendo «cure gratuite agli indigenti» e non ai cittadini indigenti. Si percepisce senza particolari sforzi come il costituente abbia voluto riconoscere nella salute un diritto dell’uomo in quanto tale, e non solo dell’uomo-cittadino. Ciò comporta che il diritto alla salute non può subire limitazioni fondate sulla cittadinanza e che esso spetta a ogni straniero presente sul territorio dello Stato.