Cura, non contratto
per medici più umani*

 

Luisella Battaglia**

 

 E’ sufficiente parlare di ‘contratto’ per designare il rapporto tra medico e paziente? E’ adeguato lo schema della negoziazione per cogliere la realtà complessa di tale relazione? Ma, soprattutto, è valido tale modello dal punto di vista etico? Non rischia di portare ad una ulteriore ‘giuridicizzazione’ della medicina?

Alla discussione di questi temi – che coinvolgono alcune delle questioni più importanti del dibattito contemporaneo sulla libertà di cura, l’autonomia della persona, il consenso informato – è stato dedicato il primo Seminario Permanente Italo-Argentino sulla bioetica, promosso dall’Istituto Italiano di Bioetica. La nostra città è divenuta sede di un importante appuntamento che, oltre a rinsaldare i tradizionali legami tra i due paesi, intende mettere a confronto prospettive teoriche ed esperienze di studiosi di diversa competenza e formazione (medica, filosofica, politica,giuridica) chiamati a discutere di problemi di universale interesse.

 Vi è un forte appello oggi all’umanizzazione della medicina, all’esigenza che si recuperi il nucleo etico della professione medica. Con l’idea di ‘alleanza terapeutica’ – relazione retta dalla fiducia – ci si riferisce alla disponibilità del medico a identificarsi col paziente, alla sua capacità di ascoltarlo e non solo di auscultarlo. Ma cosa significa ‘umanizzare’ la medicina? E’ questo il tema su cui si è particolarmente concentrato Ricardo Rabinovich-Berkman, storico del diritto e studioso tra i più autorevoli di bioetica all’università di Buenos Aires, in una serie di lezioni tenute alla Facoltà di Scienze della Formazione. A suo avviso, occorre prendere atto che la relazione tra medico e paziente è caratteristicamente asimmetrica. Nonostante si tratti di due individui autonomi, l’uno è bisognoso di cura e l’altro è in grado di  prestare cura, l’uno padroneggia una lingua che l’altro non conosce. Non siamo dunque certo dinanzi ad una relazione paritetica tra due individui indipendenti che si incontrano ‘come in un mercato’. Non riconoscere questa fondamentale asimmetria significa, in ultima analisi, non poterla superare. E’ questo uno dei limiti più gravi di una visione della medicina che ha al suo centro il modello del contratto, prevalente nella cultura giuridica statunitense, in forza di una tradizione puritana che enfatizza il valore assoluto della verità (‘l’informazione’) ad ogni costo. In linea generale, la concezione tradizionale dell’autonomia – intesa come diritto ad essere lasciati soli a decidere della propria vita e della propria salute, e quindi come non interferenza - pare a  Rabinovich  non adeguata a risolvere i problemi morale che possono sorgere dall’incontro tra professionisti della salute e pazienti. Non si tratta, in altri termini, unicamente di informare ma di trovare il modo migliore di comunicare con i diversi pazienti, nella differenza delle loro situazioni ed e esperienze di vita. Quando si parla di ‘consenso informato’ e se ne mette in evidenza  la natura contrattuale e giuridica di documento scritto, non si rischia forse di dimenticare quella che si potrebbe chiamare la parte sommersa del consenso, quella che non si vede ma che conta di più : il mondo della vita? Parlare di relazione di fiducia significa, d’altra parte, affrontare un tema assai rilevante per la riflessione bioetica : quello dell’educazione del medico e degli operatori sanitari. Non ci si può illudere infatti che sia sufficiente definire alcune regole di comportamento o fissare alcuni obblighi cui ottemperare, giacché si tratta anche di acquisire capacità e pratiche di condotta in certo modo esemplari. Educare ,dunque, a sviluppare una disponibilità all’ascolto, a ricercare la migliore comprensione dell’altro: ecco riemergere la virtù umanistica del ‘prendersi cura’,.

 Questo progetto, che si fonda su una concezione della bioetica come pedagogia allargata, e quindi come formazione permanente di professionisti della salute, responsabili e consapevoli dei propri compiti ma anche dei propri limiti, si sta realizzando in Argentina –Rabinovich  è membro del Consiglio Accademico di Etica Medica –grazie anche all’inserimento dell’insegnamento della bioetica nelle facoltà di Medicina. Si comprende, dunque, come nel concetto di umanizzazione della medicina vi sia la volontà di contrastare talune derive della cosiddetta medicina tecnologica che hanno portato, coi progressi tecnico-scientifici, ad una crescente professionalizzazione, ma hanno altresì condotto ad una progressiva perdita d’importanza, nella prassi medica, delle ‘virtù altruistiche’. L’ospitalità, la filantropia, la carità, la simpatia che per secoli avevano modellato l’atteggiamento terapeutico, tendono a scomparire dalla sfera morale della cura della salute. Si tratta ora di ritrovare il segreto di una ‘buona cura’,  alla luce del  fatto che l’idea stessa di salute è andata evolvendosi, riproponendo il significato aristotelico della ‘buona vita’. Il bene possibile, in una rinnovata concezione del benessere, è infatti tutto ciò che, a partire dalle capacità e dalle opportunità materialmente offerte, è in grado di situare la salute all’interno di un progetto di autorealizzazione della persona.


* Pubblicato in Il secolo XIX, commenti & opinioni, 5/10/2007, p 25 (si ringrazia per il permesso di ristampare)
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Laureata in Filosofia, Professoressa di Bioetica e di Filosofia Morale (Facoltà di Scienze della Formazione, Università di Genova), Direttrice dell’Istituto Italiano di Bioetica. Ha scitto, tra molti altri libri: La questione dei diritti degli animali, Il dilemma della modernità, Etica e diritti degli animali, Uomo, natura, animali in Voltaire, Michelet, Thoreau, Gandhi, etc.