LE MUTILAZIONI GENITALI FEMMINILI (MGF):

LESIONE DEI DIRITTI UMANI FONDAMENTALI DELLA DONNA.

DIMENSIONE NORMATIVA, SANITARIA E SOCIALE *

 

Elisa Abbate**

 

Sommario: 1. Le mutilazioni genitali femminili (MGF)- 2. La consistenza del fenomeno-  3. Le MGF, esercizio del diritto di libertà religiosa e limiti intrinseci ed estrinseci di essa- 4.  La repressione penale delle MGF negli Stati europei. La normativa ordinaria- 5. La normativa speciale- 6. L’esperienza italiana- 7. La condanna delle MGF da parte della Comunità internazionale-  Conclusioni

 

§.1 Le mutilazioni genitali femminili (MGF)

Vi sono vari tipi di mutilazioni:

Secondo l'Onu  esistono quattro forme principali di mutilazione genitale femminile:  la circoncisione , che è un'escissione della circonferenza del prepuzio della clitoride, analoga alla circoncisione maschile; l'escissione clitoridea;  l'infibulazione vera e propria, detta anche "circoncisione faraonica" in cui vengono asportate, oltre al clitoride, anche le piccole labbra;  l'introcisione, abbastanza rara e poco praticata, che consiste nell’imenectomia e nell’introduzione in vagina di sostanze caustiche o erbe che causano il restringimento del lume vaginale o l’ampliamento per favorire il parto, a seconda della “necessità”.   L'infibulazione in Sudan è chiamata "circoncisione faraonica", mentre in Egitto è detta "circoncisione sudanese". È una vecchia storia: ogni paese tende a dare la responsabilità al paese vicino delle cause e della provenienza di qualche malattia o pratica negativa.
Il termine "infibulazione" però richiama qualcosa che non ha nulla a che vedere né con l'Egitto né con il Sudan: deriva da “fibula”, una spilla che veniva usata dai Romani per evitare che le mogli avessero rapporti sessuali con sconosciuti mentre erano in guerra. Ma soprattutto, i Romani infibulavano le schiave e gli schiavi per evitare che potessero avere rapporti sessuali perché, com'è noto, la gravidanza era un elemento che riduceva l'attività lavorativa delle donne: meno le schiave erano gravide, più potevano lavorare. Dunque, il termine "infibulazione" è squisitamente latino ed europeo.

La circoncisione femminile rappresenta un grave rischio per la salute delle donne e, oltre a metterne in pericolo la vita, causa loro sofferenze ficiche.

Siffatte pratiche, operate asseritamente con l’intento di  preservare la purezza, in senso lato e l’integrità, anche morale della vittima, in realtà, annientano la personalità della donna che la subisce, castrandone la sessualità e, in molti casi, causandone la morte per setticemia o per AIDS. Nella migliore delle ipotesi le donne riportano “solo” lesioni personali gravi, spesso  ritenzione urinaria, cistiti e talvolta infezioni gravi, malattie veneree, qualche volta emorragie mortali.

La vittima deve sacrificare la sua integrità e la sua salute per salvaguardare l’onore ed il ruolo sociale della sua famiglia, nulla importa se i suoi diritti e la sua vita sono immolati per false usanze primordiali: la convincono anche che questi sacrifici sono necessari alla famiglia, alla nazione ed offerti a Dio. E’ praticata da mammane, figure di incerta definizione: “streghe” o “sciamane” ed ostetriche/levatrici nel contempo. La bambina (in alcuni luoghi anche neonata) viene immobilizzata su un tavolo, od altro ripiano duro, e, senza l’uso di anestetici, le viene praticata l’ablazione, parziale o totale, con coltelli, schegge di vetro od altri oggetti contundenti, non sempre adeguatamente sterilizzati e usati per una pluralità di vittime, mentre le mammane urlano frasi rituali apotropaiche e le danno consigli. In molte culture viene collocata una scheggia di legno nella vagina per facilitare la cauterizzazione delle ferite ed il passaggio dei liquidi fisiologi, la ferita è suturata, a seconda delle culture, con fili di seta o spine di acacia. Durante questo rito sotto la ragazza vengono arse delle erbe aromatiche nell’erronea convinzione che ciò l’aiuti a far rimarginare le lesioni alla vulva; al termine della “cerimonia” alla vittima  sono legate ed immobilizzate le gambe, anche per settimane e per 3-4 gg deve seguire solamente una dieta liquida. Anche nei paesi più civilizzati queste pratiche vengono eseguite clandestinamente o tra le mura domestiche dalle donne della famiglia dell’infibulanda o da medici compiacenti, non sempre in luoghi adeguatamente sterilizzati, sì da favorire ulteriormente la contrazione di infezioni anche violente.

Dal punto di vista storico, la pratica della mutilazione genitale è molto antica, ma non esistono informazioni precise circa la sua comparsa. La più antica fonte conosciuta, che registra la pratica della circoncisione, è Erodoto, vissuto nel V secolo a. C. Egli afferma che l'escissione era praticata dai Fenici, dagli Hittiti, dagli Etiopi e anche dagli Egiziani. Anche Strabone, Aetius e Soramus sostengono che, a Roma e ad Atene, la pratica era frequente ed aveva lo scopo di far diminuire il desiderio sessuale femminile. Inoltre, alcuni archeologi asseriscono che le buone condizioni di conservazione delle mummie egiziane testimoniano l'usanza della clitoridectomia, cioè dell'escissione della clitoride femminile. Tutto ciò è interessante perché in paesi attualmente islamici, come la Repubblica Islamica dell'Iran, questa pratica è assolutamente sconosciuta. L'infibulazione è, infatti, una pratica atavica, legata a riti precedenti l'islamizzazione dell'Africa e dei paesi islamici.  Per esempio, in Australia, ossia agli antipodi della penisola arabica o del Corno d'Africa, si registrava un fenomeno del genere senza che ci fosse alcuna contaminazione islamica.

A torto, dunque, la pratica è ascritta alla tradizione islamica.

Ed invero, nella principale fonte del diritto islamico, ovvero nel Corano, non esiste traccia alcuna di una tale pratica.

Solo in alcuni  «detti» (hadīth) o «racconti» del Profeta Muhammad (Maometto),  in alcune raccolte , considerate, peraltro, poco autorevoli, se ne tratta[1].

Uno dei «detti» più significativi riporta i consigli che Maometto darebbe ad una «tagliatrice di clitoridi»: «Taglia leggermente e non esagerare», ed ancora, «La circoncisione è [pratica] sunnah per gli uomini e makrumah[2] per le donne.  Sfiorate e non sfibrate. Il viso diventerà più bello ed il marito resterà estasiato»[3]. 

Sebbene, tuttavia, non si tratti di pratica dettata o suggerita dal Corano, oggi, presso i moderni giuristi islamici il giudizio sulle mutilazioni femminili è essenzialmente positivo, non tanto perché sorretto da motivazioni religiose,  quanto perché consigliate da presunte ragioni di carattere medico legate alla pulizia ed igiene della donna[4].  In realtà la giustificazione spiega troppo. E’ assai curioso che i giuristi si occupino di profilassi. Forse la difficoltà degli uomini di diritto è data dall’imbarazzo di individuare il bene giuridico da tutelare, sotteso alla pratica.

 

§.2 La consistenza del fenomeno

In alcuni Paesi islamici (come, per es., l'Egitto), la donna non circoncisa è chiamata nigsa, cioè impura, sporca[5].  In alcune etnie tale pratica costituiscono condizione di accettazione nel gruppo sociale di appartenenza, all’interno del quale può costituire anche un segno di distinzione, con la conseguenza che una donna non escissa corre il rischio di essere esclusa e non accettata[6].   Attualmente le mutilazioni genitali femminili sono molto diffuse nel Corno d'Africa.

Secondo l'Unione Nazionale delle Donne Eritree, circa il 90% delle connazionali nel 2002 risultava mutilata, avendo subito una clitoridectomia, escissione o infibulazione.

A giudizio dell´Organizzazione Mondiale della Sanità, in tutto nel mondo sono tra 100 e i 140 milioni le donne che hanno subito l'amputazione del clitoride o delle grandi labbra ed ogni anno sono a rischio circa 2 milioni di bambine.

Si tratta, dunque, di un fenomeno imponente che non riguarda, ormai, solo ampie, ma circoscritte zone del mondo. 

L'incremento del fenomeno migratorio ha, infatti, determinato una caratterizzazione multiculturale, di gran parte dei Paesi europei, con l'inevitabile insorgere di problemi di compatibilità tra ordinamento giuridico e  pratiche, quali quelle delle MGF, modellate su «un universo culturale e simbolico del tutto nuovo  e per molti versi contrastante»[7].  Il problema, ovviamente, si è posto anche in Italia dove, secondo stime attendibili,  vivono, ormai, circa 38mila donne infibulate o escisse e 20mila bambine "a rischio", in quanto appartenenti a comunità in cui vengono praticate tali mutilazioni.

Molte donne chiedono al medico che le ha deinfibulate per farle partorire, di essere richiuse, come impone la tradizione del loro paese d'origine; in altri casi, ci si rivolge alle strutture sanitarie per riparare i danni dell'infibulazione. È questo il caso delle bambine adottate in Italia da piccole, ma che avevano già subito l'infibulazione.  Per una donna legata alla propria comunità d'origine non essere ricucita dopo il parto è un marchio di vergogna, anche se vive a Roma o a Milano.  

Il ripetersi di tali richieste, denunciando «un rapporto di soggezione totale dei singoli alla confessione o al gruppo di appartenenza, mediante il quale si giunge ad esigere dagli aderenti gesti o comportamenti che possono violare basilari norme etiche, intaccare i più radicati legami affettivi e familiari, contravvenire alle stesse norme penali»[8], ha evidenziato il punto principale del contrasto tra ordine giuridico e ordinamento confessionale, i quali rivendicano ciascuno la propria sovranità a scapito dell'altro[9] .

 

§.3 Le MGF, esercizio del diritto di libertà religiosa e limiti intrinseci ed estrinseci di essa.

Di fronte ai casi di collisione tra precetto penale e precetto della fede religiosa, a controverse forme di esercizio del diritto di libertà religiosa che determinano l'integrazione di fattispecie incriminatrici[10], il penalista italiano è stato chiamato a confrontarsi con temi di indubbia delicatezza: dal rilievo attribuibile alla motivazione religiosa della condotta illecita, alla duplice questione dei limiti in cui la libertà religiosa può scriminare fatti posti in essere dal singolo credente e della misura in cui la motivazione religiosa può influire sulla rimproverabilità dell'autore del reato.

Sovente, infatti, gli appartenenti a religioni minoritarie presenti in Italia, nei casi di conflitto tra precetto penale e imperativo religioso[11]  , invocano, come scriminante, alla stregua della libertà di culto, caposaldo del nostro ordinamento costituzionale, ispirato ai principi di laicità e di pluralismo religioso,  il diritto sancito dall'art. 19 della Carta costituzionale, secondo cui “tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume”. 

A tale diritto, tuttavia, sono posti due limiti. Il primo è un limite interno, di carattere generale, rappresentato dalla contrarietà dei riti al buon costume. La garanzia costituzionale è da intendersi come limitata dall’ordine pubblico, inteso come complesso di principi di costume e di coscienza sociale, a garanzia del rispetto dei diritti personalissimi e delle istituzioni pubbliche e non, restrittivamente, come morale sessuale o comune senso del pudore[12]  Il secondo limite è di carattere esterno e deriva dal bilanciamento con altri diritti di rango costituzionale: un profilo che assume particolare significato sul piano applicativo. Trattandosi di diritto previsto dalla Costituzione, i limiti esterni all'esercizio della scriminante della libertà religiosa dovrebbero, infatti, trovarsi nella stessa Carta fondamentale, per salvaguardare altri diritti o interessi, meritevoli di protezione.

Nel caso delle MGF il limite esterno invalicabile all’esercizio della libertà religiosa, nelle forme in questione, è costituito dal  contrasto con un interesse di predominante rilievo costituzionale, incorporato nell'oggettività giuridica della norma penale. Il bene tutelato dalla fattispecie incriminatrice, nel caso di cui si tratta,  «si identifica con un interesse di preminente rilievo costituzionale (basti pensare all'art. 2 Cost.); in modo tale che l'esercizio del diritto di libera professione religiosa, nel momento in cui - pur nel rispetto dei limiti intrinseci posti dall'art. 19 Cost. - urta con altri interessi e beni costituzionalmente e direttamente protetti, rispetto ad essi preminenti e che rientrano nell'oggettività giuridica della norma penale conflittuale, non può avere alcuna efficacia scriminante in quanto trattasi di un esercizio che avviene superando i limiti esterni che presiedono alla corretta e rilevante sua estrinsecazione»[13]

In termini più espliciti l'esercizio del diritto di libertà religiosa viene ad essere legittimamente limitato e circoscritto ab externo da norme penali poste a tutela di interessi preminenti (o, almeno, di pari rango), sul piano dei valori costituzionali, quali,in primis, i c.d. diritti personalissimi dell'individuo, di cui all'art. 2 Cost.

A ciò si deve aggiungere che, in linea di principio, la collisione con prevalenti interessi costituzionali determina, in sede di bilanciamento, la restrizione, non già la soccombenza totale dell'interesse tutelato dal diritto, che deve, ove possibile, trovare forme «residuali» e «condizionate» di legittimo esercizio.

Le MGF, dunque, si rivelano, oltre che contrarie al buon costume, certamente lesive dell'inviolabile primato della dignità e dell'integrità fisica della persona (oltre che, nei casi più gravi, in contrasto con l'art. 5 c.c).

Rimane da verificare se, nello specifico ambito in esame, la libertà di religione debba essere sacrificata in toto o possa trovare uno spazio residuale di legittimo esercizio.

Un grande maestro del diritto penale italiano scriveva che  «le lesioni sono legittimate quando la legge le comanda o le autorizza, come nei casi in cui impone o consente l'uso delle armi contro le persone o di qualsiasi altro mezzo per impedire determinati eventi. I riti di determinate religioni, in quanto queste siano ammesse nello Stato, possono legittimare quelle lesioni personali che siano compatibili col nostro ordinamento giuridico generale e che i riti medesimi impongano, come, ad es., la circoncisione degli Ebrei»[14].

Facendo, allora, riferimento all’eccezione dell’ammissibilità della pratica della circoncisione,  in quanto ritenuta pratica simbolica, in Italia si è  aperta, alla fine degli anni novanta,  una discussione intorno alla proposta di “sterilizzare” le pratiche di mutilazione, rendendole sostanzialmente simboliche e attuandole in ambiente medico, al riparo dai rischi sanitari che la clandestinità comporta. La regione Toscana ha escluso la possibilità di “infibulazione dolce” o “sunna rituale”, secondo la proposta del medico Omar Abdulcadir di Careggi, con la risoluzione approvata il 3 febbraio del 2004, con la quale peraltro ha aperto un tavolo di confronto con le donne immigrate e gli operatori sociali, sanitari ed educativi al fine di “promuovere e sperimentare politiche efficaci anche innovative” dirette a combattere con la dissuasione le pratiche di mutilazione ,a conoscere il fenomeno in Toscana e promuovere progetti di cooperazione”. Danilo Zolo ha espresso perplessità sulla affrettata chiusura del dibattito sulla “sunna rituale”, a fronte della pacifica accettazione della circoncisione che, pur non essendo immune da controindicazioni mediche, è praticata dal Servizio sanitario nazionale. Ma la decisa opposizione delle donne, non solo italiane, ha ribadito con forza l’importanza di preservare l’inviolabilità del corpo, in ogni caso e senza eccezioni, sottolineando come la pratica non fosse necessitata da ragioni profilattiche o terapeutiche, o per evitare un incombente pericolo o grave pregiudizio per la donna (o per la bambina, come spesso succede), ma si trattasse, invece, di atti dal forte valore simbolico di sottomissione e di dichiarata impurità di genere.

Trattandosi di pratiche, comunque, degradanti, esse  vanno accomunate in una valutazione di disvalore radicale, senza indulgere a presunti relativismi culturali[15].  Esse, in tutte  le forme in cui si manifestino[16], ben possono essere accostate a forme di vera, terribile tortura  e, comunque, costituiscono una violenza non conciliabile con la dignità della persona, lesive dei diritti di parità ed espressione di una volontà di conservazione della donna in una posizione di subalternità.

Il dibattito, anzi, ha accelerato l’approvazione di una specifica normativa penale per rimediare alle incertezze nell'applicazione del diritto penale e al disagio nel condannare, avvertito non solo in Italia.

Nella legislazione italiana non esistevano norme specifiche che vietassero la mutilazione genitale e in caso di denuncia venivano applicati gli articoli 582 e 583 del Codice Penale relativi alle lesioni personali, la cui applicazione, per i pochissimi casi che emergevano, oscillava tra l’esemplarità della sanzione e la comprensione umana.  I nostri giudici hanno cercato di evitare di sanzionare con particolare gravità il comportamento dei genitori nel caso di escissione delle figlie (come nel caso di un immigrato egiziano condannato per lesioni volontarie gravi, per aver fatto subire ai propri figli infibulazione e circoncisione, da cui erano derivate ulteriori conseguenze dannose)[17]: le condanne sono miti (inclusive dei benefici della sospensione condizionale della pena e della non menzione), e vengono motivate con la necessità di evitare alle vittime gli ulteriori effetti traumatici dell'allontanamento del genitore.

 

§. 4  La repressione penale delle MGF negli Stati europei. La normativa ordinaria

Nella maggior parte dei Paesi europei non sono state emanate leggi speciali contro le mutilazioni genitali femminili. Queste, ad ogni modo, costituiscono pur sempre delitti contro la persona, alla luce della disciplina penale generale contenuta nei rispettivi codici penali [18].

Così, in Austria, è applicabile l'art. 83 §1 dello Strafgesetzbuch..Allo stesso modo il codice penale di Danimarca[19] (§ 245 n. 2), Germania (art. 223), Grecia (art. 309 ss.), Lussemburgo (art. 392 ss.), Olanda[20] , Portogallo (art. 144), Spagna (art. 147), Svizzera (art. 122),  puniscono le MGF in quanto lesioni corporali. Nell’esperienza giudiziaria francese - ove la criminalizzazione di tali pratiche è iniziata a metà degli anni '80, con l'inquadramento nella fattispecie di lesioni - si oscillava e si oscilla tra la richiesta di condanne esemplari e la percezione della problematicità della carcerazione dei genitori che sottopongono la figlia alla deprecata pratica: le pene lievi irrogate indicano un compromesso tra la condanna formale da parte dello Stato e l'assoluzione sostanziale dei genitori[21].

Pur essendo stati introdotti nel codice penale gli articoli 222.9 e 222.10, dedicati alla repressione delle mutilazioni anche non sessuali -in sostituzione del preesistente  art. 312 c.p. anch'esso dedicato alle mutilazioni- che prevede pena di cinque anni di reclusione, se il fatto è commesso su un minore di quindici anni ed è di venti, se autore del delitto è un ascendente legittimo o naturale della vittima, sembra che la consapevolezza, da parte dei giudici francesi, del sentimento di doverosità che spinge i genitori a sottoporre le figlie a mutilazione, abbia portato a sanzionare questi comportamenti, con pene nel complesso piuttosto lievi [22], pur essendo la Francia la nazione europea che ha incriminato il maggior numero di genitori di bambine sottoposte a mutilazione genitale.  Degna di menzione è la vicenda di una cittadina della Guinea, alla quale era stato rifiutato il riconoscimento dello status di rifugiata, sicché, in base ad un ordine prefettizio di espulsione, doveva essere rimpatriata in Guinea. Costei ha presentato ricorso avverso questo provvedimento, al tribunale amministrativo di Lione, lamentando che le due figlie minori in patria avrebbero subito l'escissione, trattamento giudicato dal tribunale contrario all'art. 3 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, in quanto crudele, inumano e degradante[23], riuscendo così ad ottenere l'annullamento dell'ordine di rimpatrio[24]. Il tribunale ha accolto la sua domanda applicando un'ordinanza del 1945 modificata nel 1993[25], che proibisce appunto l'allontanamento dello straniero ove questo rischi di essere sottoposto a trattamenti contrari all'art. 3 della citata Convenzione[26].

 

§. 5 La normativa speciale.

Finora quattro Paesi europei, Svezia, Inghilterra, Norvegia e Italia hanno approvato leggi speciali contro le mutilazioni genitali femminili. La Svezia, prima nazione europea ad introdurre una normativa speciale apposita contro le MGF nel 1982, modificata nel 1998 aumentando le pene fino a quattro anni di reclusione[27], ha anche elaborato il Progetto Göteborg, dal nome della città pilota, con lo scopo di monitorarne la diffusione sul territorio, elaborare misure di prevenzione, fornire assistenza medica e psicologica alle donne già mutilate, diffondere materiale educativo. Questo progetto è stato altresì l'occasione per far conoscere alle comunità di immigrati anche l'opinione, in proposito, di studiosi della religione coranica.
Il risultato complessivo è stato quello di una maggiore consapevolezza da parte dei gruppi di immigrati coinvolti nel Progetto, degli effetti dannosi sulla salute della mutilazione genitale, con il conseguente formarsi di un progressivo mutamento di atteggiamento nei confronti di questa pratica.

In Norvegia la legge è entrata in vigore nel 1998.

In Inghilterra, le mutilazioni sessuali ricadono sotto il divieto del Prohibition of Female Circumcision Act, entrato in vigore nel 1986.  Qui è stato emanato nel 1989 anche il Children Protection Act, che completa il quadro di misure a tutela delle minori a rischio di MGF, il quale prevede l'intervento dell'autorità con un campo di azione piuttosto ampio: il giudice può proibire ai parenti di compiere atti senza la specifica autorizzazione del tribunale, oppure, nei casi più gravi, disporre che la bambina sia allontanata dalla famiglia, qualora questa sia l'unica misura per la sua protezione. In particolare, ciò potrebbe rendersi opportuno, in quei casi in cui si sospetta che la bambina possa essere condotta all'estero per essere sottoposta a mutilazione[28].

 

§.6 L’esperienza italiana

Riguardo all’Italia, si è precedentemente accennato all'interrogativo se questi comportamenti possano trovare legittimazione attraverso la tutela che la Costituzione offre alla libertà religiosa, o più in generale alla libertà di coscienza, sulla base dell'art. 19 Cost. e si è visto come essi siano inammissibili alla stregua del nostro ordinamento giuridico, giacché queste operazioni, oltre a porsi in contrasto con il limite del buon costume espressamente posto dalla Costituzione alla liceità dell'esercizio del culto, (sia che di questo si accolga l'accezione ristretta di morale sessuale, che quella più ampia risultante dall'insieme di tutti quei dettami scaturenti dal costume e coscienza sociale della civiltà italiana odierna) vistosamente contrastano anche con la tutela di beni primari, essenziali della persona umana, tutelati in nuce dalla nostra Carta fondamentale. Per esplicitare il divieto, il nostro legislatore con una legge del gennaio 2006 -si tratta esattamente della legge 9 gennaio 2006 n. 7-  recante Disposizioni concernenti la prevenzione e il divieto delle pratiche di mutilazione genitale femminile[29],  ha modificato il codice penale per meglio tutelare le donne da queste pratiche: l'articolo 583bis punisce con la reclusione «da quattro a dodici anni chi, senza esigenze terapeutiche, cagiona una mutilazione degli organi genitali femminili».  La pena è aumentata di un terzo se la mutilazione verrà compiuta su una minore e in tutti i casi in cui verrà eseguita per fini di lucro. I medici scoperti a praticare l'infibulazione, oltre la pena, rischiano anche la cancellazione dall'ordine per un massimo di 10 anni. La legge italiana colpisce i colpevoli anche nel caso in cui l'infibulazione venisse eseguita all'estero.

La legge rappresenta il punto di approdo di un lungo iter parlamentare iniziato sin dalla XIII Legislatura, che aveva visto pure un autorevole pronunciamento del Comitato Nazionale di Bioetica[30] .  La strategia della nuova legge segue un approccio non meramente repressivo, ma «integrato», giacché, come si precisa sin dall'art. 1, essa, «in attuazione degli articoli 2, 3 e 32 della Costituzione e di quanto sancito dalla Dichiarazione e dal Programma di azione adottati a Pechino il 15 settembre 1995 nella quarta Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulle donne», vuole assolvere al duplice scopo di dettare «le misure necessarie per prevenire, contrastare e reprimere le pratiche di mutilazione genitale femminile quali violazioni dei diritti fondamentali all'integrità della persona e alla salute delle donne e delle bambine». E dunque attraverso una maggiore severità, la legge, facendo proprie le istanze rappresentate anche in ambito parlamentare[31] , si prefigge lo scopo di prevenire le pratiche di mutilazione, cercando anche di eliminare fin dall'origine, l'ignoranza dei propri diritti, alla base di queste orribili pratiche. Alcuni profili sono, però, ancora lasciati in ombra dalla legge. Uno di questi riguarda l'ipotesi in cui un sanitario, per «consentire il parto o per altra ragione medica», debba procedere «a riaprire la vagina nella parte suturata» e magari «all'esito dell'intervento, provveda a risuturarla riportandola nello stato originario (c.d. reinfibulazione)»[32] .  La difficoltà consiste nel fatto che l'intervento di ripristino, di per sé, non cagiona una mutilazione, essendosi questa già prodotta in passato. E tuttavia, la dottrina non dubita circa il fatto che anche siffatta condotta sia incriminata, giacché «non sembra dubitabile che questo [intervento] cagioni “effetti dello stesso tipo”, ponendo le condizioni per il perpetuarsi delle condizioni pregiudicate, conseguenti alla primigenia mutilazione»[33]  

Ma la legge contiene anche una parte propositiva.

Oltre all’inasprimento del profilo repressivo, prevede una serie azioni di carattere culturale e formativo dirette alle comunità che ancora praticano le mutilazioni e che sono residenti nel nostro paese.

Lo Stato si impegna ad avviare una serie di campagne di informazione rivolte agli immigrati e inoltre, nei paesi d'origine e nei consolati italiani all'estero, al momento della concessione del visto, ci saranno funzionari incaricati di far conoscere la legge italiana sui diritti delle donne e delle bambine. E’ previsto inoltre un coordinamento delle attività di informazione, sensibilizzazione culturale e prevenzione promosse dagli enti locali nonché delle attività di formazione del personale sanitario che si trova spesso ad affrontare situazioni complesse, sia sul piano clinico che psicologico, legate alla realtà dell’infibulazione.  Ma per porre fine a questa pratica inumana, la battaglia da vincere è soprattutto quella socio culturale nei confronti delle comunità provenienti da Paesi interessati dal fenomeno, attuando un programma di informazione nei paesi africani, nell'ambito della cooperazione allo sviluppo, cercando la collaborazione delle autorità religiose e politiche delle varie tribù.  Su questo fronte l’Italia è già impegnata a livello internazionale, considerando che questo problema costituisce uno dei possibili banchi di prova dei rapporti di tutti gli Stati con i culti di recente insediamento, rispetto ai quali, in ragione della loro assenza nelle tradizioni del paese, è più arduo comprendere quali debbano essere i limiti di compatibilità tra pratica rituale e paradigma della persona»[34]   È stato, d’altra parte, osservato che «un Dieu qui exige de ses croyants de se mutiler pour les marquer, par leur sexe, comme on marque du bétail, est un Dieu d'une morale douteuse. On peut comprendre que la circoncision masculine ou féminine, comme toute autre intervention médicale, puisse être justifiée dans des cas spécifiques et sur indications médicales individuelles. Mais mutiler les enfants, garçons ou filles, et en prétendant leur faire du bien, relève du cynisme et du fanatisme» e che «on ne peut, à cet effet, que condamner l'attitude des organisations internationales et non-gouvernementales pour la dissociation de ces deux types de mutilations, légitimant de la sorte la circoncision masculine»[35]. 

 

§. 7 La condanna delle MGF da parte della Comunità internazionale.

L’operato dei singoli paesi sull’argomento, d’altra parte, si innesta perfettamente sulla consapevolezza ormai generalizzata in tutta la comunità internazionale, circa il fatto  che la violenza, qualsiasi tipo di violenza, contro le donne  rappresenti  una violazione dei diritti umani. Le numerose convenzioni e dichiarazioni esistenti lo testimoniano.

Secondo la Comunità internazionale le MGF sono, in primis, stigmatizzabili poiché costituiscono pratica nociva alla salute, trattamento crudele o degradante, violazione dei diritti umani fondamentali e di quelli propri della donna e del fanciullo, riconosciuti da molte Carte internazionali. Nel rispetto di questi principi fondamentali, oltre che di quelli interni, sono state assunte in materia  le decisioni di politica interna dei vari Stati.

Nello specifico, facendo riferimento ai documenti, è doveroso citare:

1)     Dichiarazione Universale dei diritti umani approvata il 10 dicembre 1948 dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite, ove, pur non rintracciandosi riferimenti espliciti al nostro tema, si rinvengono due articoli che costituiscono la base per il successivo sviluppo della normativa pattizia, diretta alla condanna delle MGF, laddove, in particolare, riconosce il diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza personale (art. 3), inoltre è posto il divieto di torture e di trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti (art. 5).

2)     Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, adottato dalle Nazioni Unite il 16 dicembre 1966 ed entrato in vigore il 3 gennaio 1976, che è una delle Convenzioni stipulate al fine di tradurre le enunciazioni della Dichiarazione in norme pattizie, giuridicamente vincolanti per gli Stati Parti. Alcuni articoli contengono obblighi che le MGF violano in modo palese: si tratta del diritto all'autodeterminazione (art. 1), del diritto alla salute, con la precisazione che tutte le persone hanno diritto al godimento del più alto grado raggiungibile di salute fisica e mentale (art. 12).

3)     Patto internazionale sui diritti civili e politici: è questo il secondo Accordo internazionale che ha visto la luce per dare attuazione alle disposizioni della Dichiarazione. Adottato dall'Assemblea generale il 16 dicembre 1966 ed entrato in vigore il 23 marzo 1976[36],  contiene diverse disposizioni rispetto alle quali le MGF si pongono in evidente contrasto: diritto alla vita (art. 6), il divieto di torture e trattamenti crudeli, inumani o degradanti (art. 7), il divieto d'interferenze arbitrarie o illegittime nella sfera privata delle persone (art. 17), il diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione (art. 18), il diritto del fanciullo a quelle misure protettive richieste dal suo stato minorile (art. 24).

4)     Convenzione per l'eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale, entrata in vigore il 4 gennaio 1969, che garantisce una serie di diritti civili, sociali e culturali, fra cui il diritto alla sicurezza della persona e alla protezione da parte dello Stato contro la violenza o le offese corporali, inflitte sia dai governi ufficiali sia da qualsiasi istituzione o gruppo  (art. 5).

5)     Dichiarazione e programma d'azione della Conferenza internazionale sulla popolazione e lo sviluppo tenuta a Il Cairo nel settembre 1994, che invoca fortemente la giustizia e l'uguaglianza delle donne e fortemente ed espressamente stigmatizza le MGF.

 Quanto alla specifica tutela internazionale  dei diritti della donna e del fanciullo, di grande importanza sono

A)    Convenzione sull'eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne[37]: entrata in vigore il 3 settembre 1981, costituisce un'importante base internazionale per l'istituzione di misure per l'eliminazione delle MGF, poiché esprime la condanna della comunità internazionale nei confronti di pratiche o costumi dannosi per la salute della donna. In particolare, impegna gli Stati Parti ad «includere il principio dell'uguaglianza fra uomo e donna nelle rispettive Costituzioni...» e «a prendere tutte le appropriate misure incluse quelle legislative, per modificare o abolire leggi, regolamenti, costumi e pratiche, che costituiscano discriminazione contro la donna» (art. 2), ed ancora a «modificare i modelli sociali e culturali di condotta di uomo e donna, con l'obiettivo di realizzare l'eliminazione dei pregiudizi e costumi e di tutte le altre pratiche basate sull'idea dell'inferiorità o della superiorità di uno dei sessi o su ruoli stereotipati per uomini e donne» (art. 5).

B)    Dichiarazione sull'eliminazione della violenza contro le donne del dicembre 1993, che esprime la condanna delle N.U. della violenza contro le donne. Essa richiama espressamente la questione delle MGF: «la violenza contro le donne dovrà essere intesa a comprendere, ma non a limitarsi...alla violenza familiare, fisica, sessuale e psicologica, compresa... la mutilazione genitale femminile[38]  e le altre pratiche tradizionali dannose per le donne» (art. 2).

C)    Dichiarazione e Programma d'azione di Vienna, della Conferenza mondiale delle N.U. sui diritti umani, del giugno 1993: essa  segna un momento di importante riflessione circa gli strumenti predisposti e i risultati raggiunti nella tutela dei diritti umani fondamentali, giacché prosegue la politica di riconoscimento dei diritti e delle libertà fondamentali della donna e di condanna di ogni forma di violenza su di essa; in particolare esprime il ripudio di tutte le forme di violenza contro la donna, inclusa quella risultante da pregiudizi culturali, in quanto incompatibile con la dignità e il valore della persona umana (parte I, art. 18).

Qui è inoltre contenuta una serie di raccomandazioni dirette agli Stati, finalizzate all’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne e tutte le forme di violenza ed abuso sui fanciulli, compresi i costumi e le pratiche dannose per le fanciulle (parte II, art. 45-53).

D)    Dichiarazione e piattaforma d'azione di Pechino, della Quarta Conferenza mondiale sulle donne, del settembre 1995, ove è espressa una forte condanna delle MGF, la cui gravità viene messa in relazione alla violenza sessuale ed economica alle quali le donne sono assoggettate (art. 39).

E)    Dichiarazione dei diritti del fanciullo, delle N.U. del 1959, che con il nono principio protegge il fanciullo da ogni forma di crudeltà, mentre con il decimo stabilisce che i fanciulli devono essere protetti da pratiche che possano promuovere discriminazioni razziali, religiose o di altro genere.

F)     Convenzione sui diritti del fanciullo, delle N.U., entrata in vigore il 2 settembre 1990[39], della quale in particolare vanno segnalate due disposizioni: la prima impegna gli Stati parti al rispetto della libertà di pensiero, di coscienza e di religione del fanciullo (art. 14), la seconda stabilisce che «gli Stati parti prenderanno tutte le effettive e appropriate misure per abolire le pratiche tradizionali pregiudizievoli alla salute dei fanciulli» (art. 24).

Occore, infine, fare riferimento agli strumenti internazionali regionali, tra i quali si ricordano:

1)     Due documenti stilati dagli Stati africani membri della Organization of African Unity: la Carta africana dei diritti dell'uomo e dei popoli , adottata nel giugno 1981, la quale stabilisce che ogni individuo ha diritto al rispetto della dignità inerente all'essere umano e al riconoscimento del suo status legale e che tutte le forme di tortura, violenza e trattamenti o pene crudeli, inumani o degradanti dovranno essere abolite (art. 5); inoltre che gli Stati dovranno assicurare l'eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne e la protezione dei diritti della donna e del fanciullo, così come delineati nelle convenzioni e nelle dichiarazioni internazionali (art. 18). La Carta africana per i diritti e il benessere del fanciullo, del 1990, che richiama i governi a prendere tutte le appropriate misure per eliminare le pratiche sociali e culturali dannose a benessere, dignità e normale crescita e sviluppo del fanciullo (art. 21).

2)     Dichiarazione dei diritti e delle libertà fondamentali adottata dal Parlamento europeo il 12 aprile 1989, che afferma che nessuno può essere sottoposto a trattamenti inumani o degradanti (art. 2).

3)     Convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali adottata dal Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa nel febbraio 1995[40], la quale, richiamata la convinzione degli Stati membri che una società pluralistica e democratica deve rispettare l'identità etnica, culturale, linguistica e religiosa delle persone appartenenti alle minoranze nazionali, obbliga gli Stati tra l'altro ad astenersi da politiche o pratiche di assimilazione di appartenenti a minoranze nazionali contro la volontà degli stessi, senza pregiudizio di una politica generale di integrazione[41] (art. 5).

4)     Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti umani e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950 dagli Stati membri del Consiglio d'Europa, la quale dispone che nessuno può essere sottoposto a tortura o a trattamento o punizione inumana o degradante (art. 3). Sempre in ambito europeo va ricordata l'iniziativa assunta dal Parlamento europeo con la Risoluzione sull'Islam del settembre 1998, nella quale è contenuto il riconoscimento che l'odierna società europea poggia su basi pluriculturali e plurireligiose e che la cultura islamica e occidentale si sono vicendevolmente arricchite con influenze reciproche; sottolineata la necessità del dialogo con i Paesi islamici, ribadisce la condanna di ogni forma di discriminazione contro le donne, comprese le mutilazioni sessuali, chiedendo invece un inserimento di pari opportunità fra uomini e donne in tutte le politiche dell'Unione europea concernenti la cooperazione con i paesi islamici.

Ed infine, Il 9 ottobre 2006 nel  rapporto dell’Onu per la prima volta la violenza contro le donne viene definita a chiare lettere come “violazione dei diritti umani”, di talché i governi hanno l’obbligo di tutelare “chiunque sia il responsabile della violazione”, compresi i governi stessi. Secondo Charlotte Bunch, una delle esperte che hanno redatto il rapporto, la violenza è sia causa che effetto delle disuguaglianze di genere. Il rapporto dà conto di tutte le iniziative per combattere la violenza, rilevando come quelle realizzate dalle organizzazioni delle donne siano state “promettenti”, mentre sono state molto sporadiche, carenti e “inadeguate” le iniziative degli organismi governativi. Le raccomandazioni finali del rapporto sono rivolte quindi soprattutto ai governi degli stati membri.

 

Conclusioni

Il fatto che nonostante i divieti e la generale stigmatizzazione le pratiche di mutilazione genitale femminile continuino ad essere praticate segretamente, anche in Europa, dimostra come siano esse, nonostante il lavoro di convincimento costante, continuino ad essere considerate, da parte di coloro che le impongono e le eseguono, tratti integranti e distintivi della propria identità culturale. Siffatto comportamento è indice della volontà di certi gruppi di immigrati, di mantenere ferma la propria diversità all'interno delle società d'accoglienza[42] e la questione delle mutilazioni genitali femminili è solo uno degli aspetti di maggior contrasto fra istituti e costumi propri di talune comunità di immigrati, e i valori propri delle società ospiti[43]. Appare chiaro, quindi, come il risultato del sempre più intenso flusso migratorio verso i Paesi dell'Europa occidentale sia stata la frammentazione delle società in una costellazione di minoranze, le quali, in alcuni casi, pur chiedendo un'integrazione sotto il profilo dei diritti di cittadinanza, restano gelose della propria specifica identità e riluttanti a qualunque processo di assimilazione sotto il profilo culturale, tanto che anche in Italia, come in altre nazioni europee si sono verificati casi di mutilazione genitale femminile, nonostante la contrarietà di questo costume con le norme penali.

Certo il pluralismo culturale è valore irrinunciabile, in quanto alla sua esistenza è legata, ma è altrettanto vero che le mutilazioni genitali femminili sono profondamente radicate nel costume delle società nelle quali sono praticate, tanto da divenire parte integrante della concezione che questi popoli hanno di sé.

Per questo, una politica improntata al rispetto della specifica identità dell'immigrato, non può portare a consentire la prosecuzione di pratiche culturali gravemente lesive del diritto alla salute, anch'esso riconosciuto e tutelato dalla Costituzione e, come si è detto, alle Convenzioni internazionali,  e lesive comunque della specifica identità delle giovani che vi sono sottoposte, in quanto volte ad alterarne violentemente l'integrità psicofisica, e prive di una qualsiasi giustificazione dal punto di vista igienico e sanitario. Va considerato poi, che nella maggioranza dei casi, questo costume è eseguito su bambine di tenerissima età, assolutamente non in grado di prestare un vero consenso informato. Evidente è dunque il contrasto delle pratiche di mutilazione genitale con i valori accolti e tutelati negli ordinamenti dei Paesi ospiti. Il rispetto dei diritti fondamentali, primi fra tutti i diritti di libertà, devono essere  l'argine rispetto al quale vadano misurate, affinché possano essere accolte, le istanze di apertura verso valori e modelli culturali stranieri.

Lo stesso principio e cautela valgono anche relativamente al velo islamico,  il cui uso, come chiarisce Onida, deve essere considerato irrilevante dall’ordinamento giuridico se non e imposto da terzi allo scopo di attentare alla uguaglianza ed alla libertà individuale in seno alla comunità[44]

 



         ** Laurea Specialistica in Giurisprudenza, Università LUISS Guido Carli (Roma, 2007)

*Relazione tenuta presso la Cattedra di Istituzioni di Diritto Italiano, Facoltà Lingwistyki Stosowanej, Università di Varsavia, sul tema “Mutilazioni genitali femminili e velo islamico (Varsavia, giugno 2009)

[1] In una tradizione conservata da un maestro dell'Islam, Ibn Hanbal, iniziatore di una delle quattro scuole islamiche (la c.d. scuola hanbalita), la circoncisione è detta mandūh («raccomandata») per i maschi e sunnah («tradizionale») per le donne; secondo un altro maestro musulmano, Al-Shāfi‘ī ed altri giuristi (della c.d. scuola shafiita), sarebbe addirittura obbligatoria (wājib) (G. Vercellin, Istituzioni del mondo mussulmano, Torino, 1996, pp. 217, nt. 9.  ). Per le scuole facenti capo ad Abu Hanifa e Malik Ibn Anas (rispettivamente fondatori delle scuole c.d. hanafita e malikita), storicamente prevalenti, infine, sia la circoncisione maschile sia quella femminile sarebbero pratiche lodevoli, ma non obbligatorie (Cfr. D. Atighetchi, Il contesto islamico: problemi etico-giuridici e il dibattito in Egitto, in M. Mazzetti, Senza le ali. Le mutilazioni genitali femminili, Milano, 2000; Aidos (a cura )  p. 41 ss.

[2] Ove per «sunnah», termine ricco di echi religiosi, deve intendersi un'azione conforme agli insegnamenti ed all'esempio del Profeta o un'usanza diffusa ai suoi tempi, mentre per «makrumah» un'azione meritoria, ma non obbligatoria (D. Atighetchi, op. cit.)

[3] Cfr. A. Bouhdiba, La sexualité en Islam, Presses Universitaires de France 1986, 216, citato da  D. Atighetchi, La legge islamica e il corpo delle donne, in Il Mulino, 5, 1996, p. 1000.

[4] A questo proposito, può essere curioso notare che, in numerosi dialetti arabi, la parola utilizzata per indicare l'operazione su giovani di entrambi i sessi è tạhara, la cui radice thr implica un'idea di purezza: chiaro indizio che la suddetta operazione sarebbe considerata come atto purificatorio (G. Vercellin, op. cit., p. 217, nt. 9.)

[5] Cfr. L. Favali, Fra legge e modelli ancestrali: prime osservazioni sulle mutilazioni genitali in Eritrea, Torino, 2002., p. 47.

[6] Cfr. M. FUSASCHI, I segni del corpo, Milano 2003.

 

[7] Cavana, Nuove dimensioni della cittadinanza e pluralismo religioso: premesse per uno studio, in La cittadinanza. Problemi e dinamiche in una società pluralistica, a cura di Dalla Torre e D'Agostino, Torino, 2000, 65 (sulla nozione di pluralismo religioso v., in particolare, 112 e ss.); sul punto, v. anche Cardia, voce Religione (libertà di), in Enc. dir., Agg., II, Milano, 1998, 917.

[8] Sulle problematiche giuridiche connesse all'immigrazione in Italia di cittadini di culture e religioni diverse, v. Guazzarotti, Giudici e Islam. La soluzione giurisprudenziale dei «conflitti culturali», in Studium Iuris, 2002, 871 e ss.

[9] Cfr. Del Re, Il reato determinato da movente religioso, Milano, 1961, 61; sulle ipotesi più significative di conflitto tra imperativo civile e precetto religioso, v. Moneta, Obiezione di coscienza e riconoscimento delle esigenze religiose del cittadino, in Scritti in memoria di D. Barillaro, Milano, 1982, 326 e ss.

[10] Come ha rilevato  Lanzi, La scriminante dell'art. 51 c.p. e le libertà costituzionali, Milano, 1983, 87, «le fattispecie penali rispetto alle quali un siffatto esercizio può venire in considerazione sono le più svariate, in quanto, evidentemente, l'esercizio del proprio credo religioso abbraccia tutte le manifestazioni di pensiero e di comportamento attraverso le quali si svolge la vita del singolo credente, sicché il conflitto tra regole della propria fede religiosa e disposizioni dello stato di diritto di appartenenza può investire i più disparati settori di operatività dell'ordinamento. Quantomeno a livello teorico, il problema si può porre in relazione a numerosissime fattispecie penali, giacché può esservi addirittura una totale conflittualità virtuale tra due ordinamenti quale quello religioso e quello penale (...)»; sulle implicazioni del diritto di professione religiosa nell'ambito del diritto penale, v. Musselli, voce Libertà religiosa e di coscienza, in Dig. scien. pubb., XII, 222 e s.

[11] Cfr. Viganò, Commento all'art. 51 c.p., in Codice penale commentato, a cura di Marinucci e Dolcini, Parte generale, Milano, 1999, 437 e ss.; sulla non assimilabilità del reato per ragioni di «coscienza» allo stato di necessità, v. Rudolphi, Die Bedeutung eines Gewissenentscheides für das Strafrecht, in Festschrift für H. Welzel, Berlin, 1974, 631 e s.

[12] Sul punto, v. D'Avack, voce Libertà religiosa (dir. eccl.), in Enc. dir., XXIV, Milano, 1974, 598 e s.

[13] Lanzi, La scriminante dell'art. 51 c.p., cit., 88.

[14] V. Manzini, Trattato di diritto penale italiano, VIII, Torino, 1985, p. 215, nt. 1, in cui ripercorre la storia giuridica della circoncisione nel diritto romano. Vi è stata in Italia una discussione serrata intorno alla proposta di “sterilizzare” le pratiche di mutilazione, rendendole sostanzialmente simboliche e attuandole in ambiente medico, al riparo dai rischi sanitari che comporta la clandestinità o comunque la pratica in ambiente non sano. La regione Toscana ha escluso la possibilità di “infibulazione dolce” o “sunna rituale”, secondo la proposta del medico Omar Abdulcadir di Careggi, con la risoluzione approvata il 3 febbraio del 2004, con la quale peraltro ha aperto un tavolo di confronto con le donne immigrate e gli operatori sociali, sanitari ed educativi al fine di “promuovere e sperimentare politiche efficaci anche innovative” dirette a combattere con la dissuasione le pratiche di mutilazione ,a conoscere il fenomeno in Toscana e promuovere progetti di cooperazione”. Danilo Zolo ha espresso perplessità sulla affrettata chiusura del dibattito sulla “sunna rituale”, a fronte della pacifica accettazione della circoncisione che, pur non essendo immune da controindicazioni mediche, è praticata dal Servizio sanitario nazionale.     

 

 

[15] Così E. CESQUI, La giurisdizione e i conflitti culturali. ll diritto i diritti e il giudice nella società multiculturale, in Questione giustizia, 2005, p. 750

[16] L’OMS individua quattro categorie di mutilazioni genitali femminili: l’escissione, l’infibulazione, la  clitoridectomia ed un’altra serie di pratiche assimilabili

[17] Cfr. Trib. Milano 25 novembre 1999, Dir. immigr. cittad., 2000, 148; sul punto v. Floris, Appartenenza confessionale e diritti dei minori. Esperienze giudiziarie e modelli di intervento, in Quad. dir. e pol. eccl., 2000, 207.

[18] Le informazioni che seguono, salva diversa specificazioni, sono tratte da Proceedings of the expert meeting on female genital mutilation (Autori vari), Ghent-Belgium, 5-6 Novembre 1998. Gli atti di questo convegno sono reperibili all'indirizzo Internet http://www.fgm.org/ProceedExpert.html.
Talemeeting si è svolto con lo scopo, tra l'altro, di formulare un codice di comportamento per il personale sanitario valido nel contesto europeo ed è frutto dell'iniziativa del programma DAPHNE, dell'Unione Europea, la quale ha stanziato una parte del bilancio del 1997 per la progettazione di misure contro la violenza su donne, giovani e bambini. In questo contesto è sorto il progetto DAPHNE, alla cui iniziativa si deve appunto il convegno.Grassivaro Gallo, Cortesi, Linee guida per il personale medico di fronte a casi di mutilazione genitale femminile (MGF) (Messa a punto delle iniziative a livello nazionale ed internazionale), in Quaderni di ricerca n. 5, ORIV - Osservatorio Regionale Immigrazione Veneto,Venezia, dicembre 1999, 3.

[19] Il ministro della sanità danese, nell'ottobre 1998, ha emanato un provvedimento con il quale le Fgm sono state proibite in quanto gravi offese corporee.

[20] Nel novembre 1998, risultava pendente in Olanda una richiesta di asilo di una donna originaria della Sierra Leone, perché sua figlia era a rischio di MGF. Va però rilevato che in Olanda il Governo ha avanzato una proposta di legalizzare la forma più lieve di mutilazione, quella definita « sunna», ciò nel tentativo di prevenire le forme maggiori di escissione. L'associazione nazionale dei ginecologi si è però opposta a questa legalizzazione. Livio, Le mutilazioni genitali femminili nel mondo occidentale: ...e l'Italia sta a guardare, in Le mutilazioni sessuali femminili, 2000,80.

[21] Cfr. Facchi, L'escissione: un caso giudiziario, in Soc. dir., 1992, 111 e ss.; Id., L'escissione: pratiche tradizionali e tutela delle minorenni, in Dir. pen. e proc., 1996, 502 e ss.; Toller, Un seminario di studio sulle mutilazioni sessuali femminili, in Del. e delle pene, 1993/2, 233 e ss.

[22] Cfr. R. Verdier, Entre l'integration et l'exclusion. La France face à ses immigrés d'Afrique Noire, in Sociologia del diritto, 1994, vol. XXI, n. 1, 134.

[23] La donna aveva invocato la Convenzione delle N. U. contro la tortura (art. 3) e la Convenzione sui diritti del fanciullo (art. 24-3), ma il tribunale, riqualificando i motivi di ricorso, ha fondato la sua decisione sull'art. 3 della Convenzione europea sulla salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali. H. Forteau, L'annulation d'un arrête de reconduite à la frontière fondée sur la menace d'excision constitutive d'un traitement contraire à l'article 3 de la C.E.D.H.,paru dans les PA n. 126, 18 ottobre 1996.

[24] Trib. Adm. Lyon, 12 juin 1996, n. 96-00127.

[25] Secondo l'art. 27 bis della suddetta ordinanza uno straniero non può essere allontanato, con destinazione verso un Paese dove la sua vita o la sua libertà sono minacciate, o ove egli sarebbe esposto a trattamenti contrari all'art. 3 della Convenzione europea sulla salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, il quale dispone che nessuno può essere sottoposto a tortura o a trattamento o punizione inumana o degradante.

[26] Sembra che questa sia stata la prima decisione di un tribunale di uno degli Stati membri del Consiglio d'Europa, a ritenere la minaccia di escissione motivo valido per l'annullamento di un provvedimento di espulsione. Tuttavia, in questo senso la pronuncia è stata anche criticata, perché tale fattispecie non risultava, all'epoca, ancora consacrata dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, quale violazione dell'art. 3 della predetta Convenzione. H. Forteau, op. cit.2. Famosa è anche la storia di A. che nel 1991 alla vigilia del matrimonio, è fuggita in Francia, per evitare l'escissione, appellandosi alla Convenzione di Ginevra, per vedersi riconosciuto lo status di rifugiata. Dopo un primo rifiuto, la Commissione dei ricorsi ha riconosciuto che «l'escissione è una persecuzione ai sensi della Convenzione di Ginevra» . Fortunati, Problemi aperti e prospettive nel dibattito socioculturale sulle «mutilazioni sessuali» femminili, in Le «mutilazioni sessuali» femminili a cura di P. Grassivaro Gallo a F. Viviani, Padova 1992, 66.



[27] La pena va dai due a dieci anni di reclusione, per l'ipotesi di delitto aggravato, ovvero se il crimine ha determinato pericolo di vita, o ha cagionato una grave infermità o è stato eseguito con un comportamento particolarmente incauto, Grassivaro Gallo, Cortesi, Figlie d'Africa mutilate. Indagini epidemiologiche sull'escissione in Italia, Torino, 1998, 13.

[28] J. Black, Debelle, Female genital mutilation in Britain, in BMJ n. 310, 1995, 1590-92. Dal 1990, in Gran Bretagna, a causa del consistente aumento di donne provenienti da comunità che praticano la mutilazione genitale, sono state organizzate in diversi istituti di cura, cliniche « African Well Woman» che offrono servizio di deinfibulazione alle donne che lo richiedono.  M. McCaffrey et al., Management of female genital mutilation: the Northwick Park Hospital experience, in British Journal of Obstetrics and Gynaecology, 1995, vol. 102, n. 10, 788.

[29] In Gazz. Uff. 18 gennaio 2006 n. 14, nonché in Guida al dir., 5, 2006, pp. 16 ss., con commenti di G. Amato, L'introduzione in Italia di un apposito reato è un'innovazione opportuna ma perfettibile; Id., Un'aggravante la minore età della vittima; di A. Morrone, Usanza che crea danni fisici e psicologici. Esprimono alcune perplessità, pur tra aspetti positivi, sulla nuova legge E. Turillazzi – M. Neri, Luci ed ombre nella legge in tema di mutilazioni genitali femminili: una visione di insieme medico-legale, in Riv. it. med. legale, 2006, pp. 287 ss. Cfr. anche N. Colaianni, Eguaglianza e diversità culturali e religiose – Un percorso costituzionale, Bologna, 2006, pp. 183 ss. Il primo caso nel quale è stata applicata la nuova legge concerneva una donna nigeriana, residente in Verona, che tentava di mutilare gli organi genitali di una bambina di appena quattordici giorni di vita: v. L. Fazzini, Infibulazione, primo arresto  con la nuova legge, in Avvenire, 5 aprile 2006, p. 5; A. Vaccari, Infibulazioni a domicilio per neonati. In manette «mammana» nigeriana, in Il Giornale, 5 aprile 2006, p. 16; D. Castellarin, Praticava l'infibulazione, nigeriana arrestata, in La Repubblica, 5 aprile 2006, p. 29; A. Sandri, La nigeriana che mutilava le bambine, in La Stampa, 5 aprile 2006, p. 14. 

 

 

[30] Si tratta di un organo istituito con d.P.C.M. 28 marzo 1990 in attuazione della ris. n. 6 – 00038 approvata il 5 luglio 1988 dall'Assemblea della Camera dei Deputati, al termine di un dibattito sui “problemi della vita”, con proprio parere del 25 settembre 1998, su «La circoncisione: Profili bioetici», rispondendo ad alcuni dubbi di carattere etico, sebbene fosse consapevole «del rispetto che è doveroso prestare alla pluralità delle culture, anche quando queste si manifestino in forme estremamente lontane da quelle della tradizione occidentale, e del gran valore del giusto confronto con la diversità culturale», affermava che «nessun rispetto sia dovuto a pratiche, ancorché ancestrali, volte non solo a mutilare irreversibilmente le persone, ma soprattutto ad alterarne violentemente l'identità psico-fisica, quando ciò non trovi una inequivocabile giustificazione nello stretto interesse della salute della persona in questione» (il parere si può leggere in Comitato Nazionale per la Bioetica, Problemi bioetici in una società multietnica – La circoncisione: profili bioetici, Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per l'informazione e l'editoria, Roma, 1998, pp. 17 ss., partic. p. 18.) In special modo, si sottolineava che «le pratiche di circoncisione femminile non sono poste in essere per ovviare a problemi di salute né fisica, né psichica delle donne che le subiscono, anzi esse comportano gravi conseguenze negative sulla salute delle donne che ad esse vengono sottoposte»]. Per questo, il Comitato, nel breve periodo, non poteva «che ritenerle eticamente inammissibili sotto ogni profilo ed auspicare che [venissero] esplicitamente combattute e proscritte, anche con l'introduzione di nuove, specifiche norme di carattere penale», stigmatizzando «severamente coloro che, soprattutto per motivi di lucro e in specie se medici, si prestano a mutilare sessualmente le donne»

[31] Qui basti ricordare la ris. n. 7 – 00842 della Commissione parlamentare per l'infanzia, di iniziativa degli On.li Pozza Tasca e Valpiana, adottata nella XIII Legislatura, e riguardante le mutilazioni genitali femminili, che impegnava il Governo su vari fronti: dal predisporre un'indagine sul fenomeno al promuovere una campagna di informazione, sensibilizzazione e prevenzione dello stesso, anche attraverso l'istituzione di un numero verde, nei confronti dei cittadini extracomunitari; dal garantire l'assistenza psicologica e tutela giuridica delle bambine che sono state o potrebbero essere oggetto di tali pratiche e sostenere le iniziative delle Organizzazioni non governative che si adoperano in Africa ed in Europa per lo sradicamento delle mutilazioni.

Il testo è sul sito web http://194.184.199.201/_bicamerali/infanzia/Risoluzioni/infibulazione.htm.

[32] Gius.. Amato, L'introduzione, cit., p. 24.

[33] ibidem

[34] R. Botta, op. cit., p. 403.

[35] A. Aldeeb Abu-Sahlieh, , Mutiler au nom de Yahvé ou D'Allah. Légitimation de la circoncision masculine et féminine, in /www.lpj.org/Nonviolence/Sami/articles/frn-articles/circumcision.html#_ftnref176

 

[36] In Italia, il Patto internazionale relativo ai diritti economici sociali e culturali e il Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, hanno avuto esecuzione con l. 25 ottobre 1977, n. 881.

 

[37] Questa Convenzione segue alla Dichiarazione sull'eliminazione di tutte le forme di violenza contro le donne del 1967. Oltre trenta organismi delle N.U. operano a più livelli, ricerca, formazione, intervento governativo, ecc., per realizzare i principi della Convenzione e della Dichiarazione sull'eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne..



[38] Diverse strutture e substrutture delle N.U. si occupano da tempo di questo tema; solo per fare qualche esempio, la Commissione per i diritti umani ha elaborato diversi documenti sull'eliminazione delle pratiche tradizionali nocive alla salute di donne e fanciulli. La Sottocommissione per la prevenzione della discriminazione e la protezione delle minoranze, con la Resolution 1994/30 del 26 agosto 1994 ha adottato un Piano d'azione, per l'eliminazione delle pratiche tradizionali dannose per la salute delle donne e del fanciullo. Allo stesso modo, il Comitato per l'eliminazione della discriminazione contro le donne, con la General Recommendation 2 febbraio 1990, il Comitato per i diritti del fanciullo con il Report 27 gennaio 1995, l'Assemblea Generale con la Resolution on the girl child 9 dicembre 1998 e la Resolution 17 dicembre 1999, hanno affrontato la questione della Fgm.

 

[39] In Italia, la Convenzione sui diritti del fanciullo ha avuto esecuzione con l. 27 maggio 1991, n. 176.

[40] Resa esecutiva in Italia con l. 28 agosto 1997, n. 302.

 

[41] Starace, Linee di sviluppo del diritto internazionale in materia di protezione delle minoranze, in Minoranze, laicità, fattore religioso. Studi di diritto internazionale e di diritto ecclesiastico comparato a cura di R. Coppola e L. Troccoli, Bari 1997, 10.



[42] Sul desiderio di alcuni immigrati, di continuare a vivere secondo le proprie regole all'interno dei Paesi di destinazione, regole talora fortemente contrastanti con il diritto degli Stati europei Musselli , Islam e ordinamento italiano: riflessioni per un primo approccio al problema, in Il diritto ecclesiastico, 1992, I, 629; Botta, Manuale di diritto ecclesiastico. Valori religiosi e società civile, Torino, 1998, 35. Dello stesso autore sempre su queste tematiche, Appartenenza confessionale e libertà individuali,in Quaderni di diritto e politica ecclesiastica, 2000, n. 1, 131-156.

[43] Si è osservato che fra le conseguenze del formarsi di una società multietnica, vi è quella dello sgretolamento dei valori etici tradizionalmente comuni in una determinata società, insieme all'affermarsi di una pluralità di tavole di valori diverse e non di rado opposte fra loro. L. PALAZZANI, Laicità e bioetica, in G. DELLA TORRE (a cura di), Lessico della laicità, Edizioni Studium, Roma 2007, 286. Questo non vuol dire che l'affermarsi di nuovi valori e l'evoluzione del momento interiore dell'uomo verso altre idealità sia una circostanza negativa, al contrario, ma non può nemmeno significare che ad un dato comportamento importato in uno Stato, che si pone in evidente e stridente contrasto con le leggi di questo, possa riconoscersi la qualifica di valore.



[44] ONIDA F. Il problema dei valori nello Stato laico, in M. Tedeschi (a cura di), Il principio di laicità nello Stato democratico, Soveria Mannelli, 1996,  93